Archive for 18 Maggio 2019

Meeting Minutes

Maggio 18, 2019

Meeting Minutes del 18-5-2019: shabbat shalom

GOD’S PEACE
How do I find peace
Where do I start
By trusting in God
With all my heart
David Herr

Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

Bertrand Russel

* 1872 Nasce Bertrand Russel, matematico, filosofo e impegnato in grandi battaglie per

* Vesak (Buddismo)

* 1981 muore a Freso  (California) William Saroyan , scrittore e drammaturgo statunitense

“Poichè Dio ha già stabilito la base peculiare della nostrà comunità, in quanto  già da prima che entrassimo nella vita comune con gli altri cristiani ci hai salvati a loro in un corpo con Gesù Cristo, noi non entriamo come redenti grazie e compartecipanti alla vita comune con gli altri cristiani.”

Dietrich Bomhoeffer

Ritengo di essere il solo teologo del socialismo religioso: trovate per gli approfondimenti una pagina su quaccheri.it “La fede dei socialisti religiosi” (fra cui la testimonianza un teologo quacchero) e su ecumenici.com “Leohnard Ragaz e Clara Nadig” (citato su Wikipedia), per la ricchezza dei contenuti in italiano del fondatore del movimento oggi attuale più che mai.

Migranti sulla rotta balcanica: denuncia e solidarietà

Maggio 18, 2019

17.05.2019 – Milano – Anna Polo

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Migranti sulla rotta balcanica: denuncia e solidarietà
(Foto di Davide Schmid)

Giornate intense a Milano per gli eventi sui migranti lungo la rotta balcanica. Si inizia mercoledì 15 maggio aprendo la mostra “Refugee journeys through the Balkan route: a crisis no more?” nel Cortile Farmacia dell’Università degli Studi di via Festa del Perdono. La sera di giovedì 16 oltre 200 persone l’avevano già visitata (arrivando a un totale di 300 venerdì pomeriggio), fermandosi a parlare con le ricercatrici inglesi autrici delle foto e della ricerca collegata all’esposizione, con gli studenti di Fuori Luogo e i volontari di Opet Bosna.  Molti lasciano commenti positivi e ringraziamenti per l’iniziativa sulle apposite cartoline. Si crea un ambiente caldo e informale, racchiuso tra lo splendido colonnato del chiostro e lo striscione Refugees Welcome appeso come una sorta di sipario a chiudere la successione di foto e di didascalie esplicative.

 

Immagini forti – strade e ferrovie prima percorse da migliaia di profughi e poi deserte per la chiusura dei confini e il muro eretto dall’Ungheria, alloggi precari nei campi in Grecia, spazi occupati e scritte di denuncia e solidarietà ad Atene e tanto altro – che confermano una situazione drammatica e in gran parte dimenticata dai media nostrani, al centro del progetto di ricerca e di lavoro sul campo IR_Aesthetics.

Nel pomeriggio di giovedì 16, mentre la mostra rimane aperta, si tiene nell’aula 22 di Scienze Politiche di via Conservatorio l’incontro “The game: il viaggio dei migranti lungo la rotta balcanica”. Aula piena, pubblico attento e interessato. L’introduzione di Sara Kharboui di Fuori Luogo entra subito nel vivo della questione ricordando l’enorme divario tra Nord e Sud del mondo e le vergognose disuguaglianze che spingono tanta gente a emigrare verso una “Fortezza Europa” che la respinge e non offre alcun canale di accesso legale. Una politica criminale e inutile, visto che anche militarizzando e chiudendo le frontiere un fenomeno globale come l’immigrazione non si fermerà.

Prosegue Michele Mondolfo di Opet Bosna spiegando che cos’è il Game che dà il titolo all’incontro. Non è un gioco, ma una sfida impari tra persone inermi – spesso famiglie con bambini – che tentano di attraversare i confini spostandosi da un paese all’altro e poliziotti armati, muri e filo spinato. Una sfida ripetuta più volte, con tentativi falliti e respingimenti, che parte dalla Grecia e arriva fino al confine tra Italia e Francia e si scontra con la violenza e la disumanità in particolare della polizia croata. Oltre ai tanti episodi di brutalità denunciati dalle organizzazioni che assistono i migranti, questi devono affrontare condizioni terribili di promiscuità e sovraffollamento nei campi che li “accolgono” e sono spesso costretti a cercare rifugio in case abbandonate, in un’attesa infinita e sfibrante del riconoscimento del loro stato. Una violenza psicologica terribile, che si aggiunge a quella fisica fatta di pestaggi e cellulari rotti o rubati.

Non si tratta solo di una gestione inumana e disastrosa dell’immigrazione, ma anche, più in generale, di una discriminazione sulla base del luogo di nascita: un giovane europeo può viaggiare liberamente e sfruttare possibilità e occasioni negate ai suoi coetanei di altri paesi.

Gemma Bird, ricercatrice dell’Università di Liverpool, illustra il progetto condotto con le colleghe soffermandosi in particolare sulla situazione delle isole greche, che conosce per esperienza diretta. Nel 2014 si restava in media tre giorni in uno dei campi di Samos, Lesbo e Chio, mentre ora l’attesa per conoscere il proprio destino può arrivare a due anni. Anche qui campi sovraffollati, violenze, code di ore per ottenere un pasto, servizi insufficienti e persone per cui la Grecia era solo un paese di transito, che si trovano invece bloccate all’infinito in una situazione di limbo e incertezza sul futuro. Come in Bosnia, anche in Grecia attivisti e Ong assistono i migranti fornendo servizi e aiuti di vario tipo (pasti, vestiario, corsi di lingue eccetera), ma la crisi umanitaria perdura. Ecco il frutto di una politica di esternalizzazione dei confini per cui campi profughi che dovevano essere transitori diventano permanenti. Nonostante le denunce, si è fatto poco o niente per cambiare la situazione.

Jelena Obradovic-Wochnik dell’Aston University aggiunge dati e informazioni sul percorso tortuoso e i costi (fino a 3-4.000 euro a persona) di chi percorre la rotta balcanica ed è costretto ad affidarsi ai trafficanti. Ogni volta che i migranti attraversano una frontiera devono pagare qualcuno e a volte diventano essi stessi trafficanti per pagarsi il viaggio. La recente proposta di espandere Frontex, prevedendo anche l’uso della forza nel controllo delle frontiere, è un indicatore preoccupante e un segno che solo una maggiore pressione politica può cambiare questa direzione disumana.

Le domande del pubblico permettono a Mirko Rozzi di Opet Bosna di parlare dell’esperienza accumulata in moltissimi viaggi nei campi profughi di Bihać e di Velika Kladuša, le due cittadine bosniache più vicine al confine con la Croazia e dei servizi offerti anche grazie alla solidarietà della gente del posto: pasti, docce, distribuzione di vestiti e purtroppo anche un posto di pronto soccorso per garantire le prime medicazioni ai migranti picchiati dalla polizia croata e rimandati indietro.

Sollecitata dalla domanda di una studentessa, anche Jelena Obradovic-Wochnik parla di solidarietà e auto-organizzazione citando gli spazi occupati in Grecia allestiti da attivisti, gente del posto e migranti stessi come alternativa ai campi. Alcuni hanno una buona reputazione, altri meno. Alcuni sono stati sgomberati, o rischiano lo sgombero, mentre altri vengono lasciati in pace, ma almeno là la gente può muoversi e non è soggetta alle condizioni terribili dei campi nelle isole.

Gemma Bird elenca le raccomandazioni frutto della ricerca sul campo. Spostamento dalle isole greche alla terraferma, più fondi per alloggi alternativi ai campi, procedure più veloci e trasparenti riguardo alla richiesta d’asilo, maggiore comunicazione con i movimenti di solidarietà con i migranti sono solo alcune delle proposte già presentate a politici e istituzioni di diversi paesi europei.

Michele Mondolfo aggiunge la necessità di combattere la disinformazione, l’odio e l’egoismo dilaganti e di dare un’altra immagine  – positiva – dell’immigrazione, ricordando il timore dell’”invasione” albanese di 25 anni fa, ora assorbita senza problemi e cita alcune notizie incoraggianti: la sentenza della Corte UE secondo cui se la sua vita è a rischio nel paese d’origine un rifugiato non può essere espulso dall’Italia, o l’archiviazione dell’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di Open Arms. Lancia quindi un appello a chiunque voglia appoggiare le attività di Opet Bosna, partecipando ai viaggi o trovando altre forme di collaborazione.

Un ultimo intervento di uno studente di Fuori Luogo ricorda il decreto sicurezza bis, con la sua chiara volontà di colpire non solo le Ong che salvano vite in mare, ma anche qualsiasi forma di dissenso e la prevista apertura di un centro per il rimpatrio in via Corelli. La criminalizzazione della solidarietà non si ferma, dunque non può farlo nemmeno chi si oppone a queste scelte disumane.

Foto di Davide Schmid, Fuori Luogo, Thomas Schmid e Michele Mondolfo

Refugee journeys on the Balkan Route: denunciation and solidarity

Maggio 18, 2019

17.05.2019 – Anna Polo

This post is also available in: Italian

Refugee journeys on the Balkan Route: denunciation and solidarity
(Image by Davide Schmid)

It has been an intense few days of events about migration on the Balkan route. It starts on Wednesday the 15th of May with the opening of the exhibition ‘Refugee journeys through the Balkan route(s): a crisis no more?” in the Cortile Farmacia of the University of Milan. By the evening of Thursday, more than 200 people had visited the exhibition, (arriving at a total of 300 Friday afternoon), talking with the academics from the IR_Aesthetics project who carried out the research and authored the photographs as well as the students of Fuori Luogo and the volunteers of Opet Bosna. Many visitors leave comments and messages of appreciation as they leave the event. There is a warm and informal atmosphere, enclosed in the beautiful setting of the colonnades of the old cloister and the ‘Refugees Welcome’ banner which closes the sequence of photos and explanatory panels.

 

The exhibition is composed of strong images – roads and railway tracks that were travelled by thousands of migrants and now stand deserted after the borders were closed, precarious housing in camps across Greece, squatted buildings and writings of condemnation and solidarity on the walls of Athens. All of this testifies to the dramatic and often forgotten situation along the Balkan route, which was at the heart of the fieldwork research carried out by the academics that worked on the IR_Aesthetics project (Amanda Russell Beattie, Jelena Obradovic-Wochnik and Patrycja Rozbicka from Aston University and Gemma Bird from the University of Liverpool).

In the afternoon of Thursday the 16th, an open event takes place in the Faculty of Political Science in via Conservatorio, titled “The Game: the journey of migrants along the Balkan route”. The room is full, the public is attentive and engaged. The introduction by Sara Kharboui of Fuori Luogo goes to the heart of the matter, reminding the audience of the enormous disparities between Global North and Global South that drive people to migrate towards a “Fortress Europe” which rejects them and does not offer any channels of legal access. A criminal and useless policy, given that even by militarising and closing borders, a global phenomenon such as immigration will not stop.

Next is Michele Maldolfo of Opet Bosna, who explains what “the game” is which gives the title to the event. It is not a game, but an unfair struggle between the defenceless migrants (often families with kids) who try to reach Europe, on the one hand, and the armed police, barbed wire and the walls seeking to stop them, on the other. It is a confrontation that repeats time and time again, with failed attempts and pushbacks, and extends from Greece to the border between Italy and France. In addition to the many episodes of police brutality reported by NGOs on the ground, migrants have to deal with the dangerous conditions in the overpopulated camps that “house” them and often have to seek refuge in abandoned buildings, in the long and exhausting wait for the recognition of their refugee status. It is a terrible, psychological violence, which adds to the physical violence of beatings and broken or stolen phones.

It is not only a question of inhumane and disastrous management of immigration, but also, more generally, of discrimination on the basis of place of birth: a young European can travel freely and take advantage of opportunities denied to his peers from other countries.

Gemma Bird, Lecturer at the University of Liverpool, describes the project she has been involved in together with her colleagues, focusing in particular on the situation on the Greek islands. In 2014, the average stay in a camp on Samos, Lesvos and Chios used to be three days, while today the wait before migrants know their fate can be as long as two years. The situation here as well is defined by overcrowded camps, violence, long queues to receive food, insufficient facilities and people for whom Greece was only a transit country, but who now find themselves stuck in a situation of limbo and uncertainty about the future. As is the case in Bosnia, in Greece as well there are activists and NGOs who help migrants by providing services and many forms of help, such as food, clothing and language courses, but the humanitarian crisis continues. This is the result of a policy of externalisation of borders, whereby refugee camps which were meant to be temporary become permanent. Despite the denunciations, little or nothing has changed about the situation.

Jelena Obradovic-Wochnik, Senior Lecturer at Aston University, adds data and information on the long and tortuous path as well as the high cost (up to €4’000 per person) faced by those that journey along the Balkan route and have to rely on human traffickers. Every time migrants have to cross a border, they have to pay someone and sometimes have to become traffickers themselves, so they can afford the journey. The recent proposal to expand the remit of Frontex, including the use of force in border control is a worrying indicator and a sign that greater political pressure, alone, can force a change in direction in European migration policy.

Questions from the audience allow Mirko Rozzi of Opet Bosna to talk about the experience gathered across the many trips in the refugee camps in Bihać and Velika Kladuša, the two Bosnian towns that lie closest to the border with Croatia, as well as of the services offered thanks also to the solidarity of the local population: meals, showers, clothing and first aid for migrants that were beaten up and pushed back by the Croatian police.

Asked by a student, Jelena Obradovic-Wochnik speaks about solidarity and self-organisation, citing the squats in Greece where activists, locals and migrants themselves organise as an alternative to the official camps. Some of these occupied spaces have a good reputation, others less so. Many have been evicted, or risk eviction, while others are left alone. At least, there, people can move freely and are not subject to the terrible conditions that characterise the camps on the Greek islands. 

Gemma Bird lists the policy recommendations that the team has formulated in light of their fieldwork research: more transfers from the Greek islands to the mainland, more resources for alternative housing, faster and more transparent procedures on asylum permits, greater communication with solidarity movements. These are just some of the proposals that have already been submitted to politicians and institutions in various European countries.

Michele Mondolfo adds that there is a need to fight against misinformation, hate and widespread egoism as well as to give a positive image of migration. He recalls the widespread fears about the Albanian “invasion” that circulated in Italy 25 years, which proved to be completely unfounded. He cites some positive news: after a ruling by the European Court of Justice, if a refugee’s life is at risk in their country of origin, then they cannot be expelled; another encouraging sign is that the accusation of human trafficking levelled against the NGO Open Arms has been dismissed. He calls for support for the activities of Opet Bosna, by participating in their travels or offering other forms of help.

A concluding intervention by a student from Fuori Luogo reminds the audience of the ‘security bis’ decree which was recently proposed by the Minister of the Interior Matteo Salvini. This decree shows the clear intention of attacking the NGOs that try to save lives in the Mediterranean, as well as other forms of dissent. The criminalisation of solidarity is not stopping, so those who oppose these inhuman choices can’t stop either.

Translation from Italian by Davide Schmid

Photos by Davide Schmid, Fuori Luogo, Michele Mondolfo and Thomas Schmid


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