Archive for 21 Maggio 2019

Meeting Minutes serale

Maggio 21, 2019
Meeting Minutes serale del 21 maggio 2019
 
DO I UNDERSTAND
 
Do I understand
 
How great thou art ?
 
No, but Ilove you
 
With all my heart
 
David Herr
 
 
Le parole hanno il valore che dà loro che le ascolta.
 
Giovanni Verga
 
 
* Giornata ONU per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo
 
* 1967 nasce a Nuoro Sebastiano Satta, avvocato e scrittore
 
 
“La comunità cristiana è uno dei doni più grandi che ci dà Dio”
 
Dietrich Bonhoeffer
 
 
Su Quaccheri.it la pagina da leggere A) La nostra fede: righe per la nonviolenza e il cristianesimo depurato dagli orperlli del potere e delle sovrastrutture.

Emergenza ambientale, ma non solo CO2!

Maggio 21, 2019

21.05.2019 – Angelo Baracca

Emergenza ambientale, ma non solo CO2!

L‘allarme per l’aggravarsi della crisi climatica e ambientale (due processi che hanno ampia aspetti comuni ma non sono esattamente sovrapponibili) e per l’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi si sta allargando a macchia d’olio e acquistando sempre più attenzione sui media e nell’opinione pubblica (semmai in misura minore nella classe politica e ai livelli decisionali, ancorché l’appello di dichiarazione di emergenza ambientale si stia allargando a Stati e amministrazioni a tutti i livelli). La cosa è indubbiamente positiva, ma nella fase che si apre diviene cruciale fare chiarezza su alcuni aspetti perché l’opinione pubblica potrebbe venire diretta verso obiettivi che non sarebbero realmente risolutivi del problema, e per aprire realmente prospettive di un futuro migliore. In particolare, il problema che raccoglie la crescente attenzione non solo dell’opinione pubblica ma anche degli scienziati ambientalisti riguarda l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera terrestre e l’obiettivo della decarbonizzazione dei nostri sistemi produttivi. Mi guardo bene dal disconoscere questa assoluta necessità, che invece i negazionisti contestano, ma mi sembra assolutamente necessario riconoscere che effettivamente la polarizzazione dell’attenzione sul problema della CO2 rischia di oscurare (forse in parte strumentalmente, come accusano alcuni critici) altri problemi cruciali, non meno importanti allo scopo di salvare il Pianeta dalla catastrofe, ambientale, sociale e umana.

La manomissione sempre più sfrenata della natura e dell’ambiente concerne moltissimi aspetti che sono strettamente correlati, e ciascuno a se di gravità epocale, per cui è assolutamente illusorio poterne risolvere uno senza affrontare gli altri. Collegarli tutti fra loro rende apparentemente il problema più complesso, ma questo punto di vista può essere rovesciato perché può unificare tanti movimenti e obiettivi che sembrano muoversi in modo separato o non coordinato: la sfida è realmente epocale e globale, e l’unione fa la forza!

Comincio dalle cose che possono essere più immediate, in termini sintetici e soprattutto senza nessuna ambizione di esaurire i problemi.

Il problema della perdita di biodiversità è indubbiamente ben presente ai movimenti ambientalisti: ma esso non si riduce al solo riscaldamento globale o alla concentrazione crescente della CO2. Sono responsabili fattori molteplici e complessi di inquinamento, sfruttamento e contaminazione che sconvolgono e riducono gli habitat naturali: la drastica riduzione degli insetti è evidente (20 anni fa il parabrezza dell’auto si oscurava per gli insetti spiaccicati, oggi non accade più), gli allarmi per la riduzione degli insetti impollinatori si susseguono (Einstein diceva che se scompariranno le api l’umanità non sopravvivrà a lungo), le specie in pericolo di estinzione si moltiplicano, un autorevole lavoro dell’Accademia delle Scienze degli USA denuncia il rischio di una sesta estinzione di massa (ve ne sono state 5 nella storia dell’evoluzione biologica, a volte con la scomparsa dell’80% delle specie viventi). La pesca indiscriminata sta impoverendo i mari, e compromettendo l’alimentazione di intere popolazioni a vantaggio della grande industria alimentare.

L’abuso sconsiderato di pesticidi dell’agrobusiness è anch’esso ben presente ai movimenti ambientalisti, e non è direttamente legato, semmai complementare, alle emissioni di CO2: è un fattore fondamentale dei processi di desertificazione, come pure la contaminazione delle acque, che diventerà sempre più un’emergenza umanitaria (che colpisce in primo luogo le popolazioni povere e sta già causando guerre per l’acqua).

Lo stesso dicasi per le plastiche, che sono certo una prodotto della civiltà (o la barbarie) del petrolio, ma che continuerebbero a avvelenare la catena alimentare anche se azzerassimo dall’oggi al domani le emissioni di CO2: il problema deve pertanto essere affrontato con misure specifiche, in un contesto generale, con estrema urgenza per la salvaguardia di tutte le specie viventi, della nostra salute, e dell’ambiente.

Più in generale il problema dell’accumulo insostenibile di rifiuti è un problema che ha certamente legami con le emissioni di CO2, ma richiede misure specifiche: rischiamo veramente di essere sommersi dai rifiuti, fra i quali è gravissimo l’aspetto dei rifiuti tecnologici. La gestione dei rifiuti apre larghe maglie all’illegalità e alle mafie, provocando fenomeni gravissimi di inquinamento.

Un altro problema di gravità epocale è l’aumento scandaloso delle disuguaglianze, che è senza dubbio legato agli sviluppi del capitalismo insaziabile, ma non è direttamente riconducibile al riscaldamento globale o alla crisi ambientale.

L’insieme di tutti i fattori e le loro sinergie stanno provocando danni alla salute a livello globale, che non sono riducibili al solo riscaldamento globale. Da una ventina d’anni si è imposto il concetto di “rivoluzione epidemiologica del 20o secolo”, un cambiamento radicale dello stato di salute della popolazione mondiale, principalmente nei paesi sviluppati: un secolo fa 50% dei decessi erano dovuti a patologie infettive (tubercolosi, diarrea e patologie gastrointestinali e respiratorie, ecc.), poi sono prevalsi i decessi per patologie cardiovascolari e tumori (circa 30% ciascuna), e si abbassa l’età della loro insorgenza (anche se nascono nuove emergenze infettive).

La minaccia di pandemie era stata più volte agitata anni fa e da tempo non viene richiamata, ma non è affatto scomparsa, rimane latente a causa delle manipolazioni sempre più profonde della materia vivente, con la creazione di particelle virali o di geni mai esistite nei 4 milioni di anni de evoluzione biologica e in grado di saltare da un ospite a un altro1. Qui l’imputato è Big Pharma. Il deterioramento selettivo delle strutture sanitarie, con le privatizzazioni e speculazioni galoppanti, e l’aggravamento delle disuguaglianze potrebbero rendere sempre più devastante una prossima pandemia.

C’è poi un problema di fondo che di solito gli ambientalisti inspiegabilmente ignorano: le attività militari sono un fattore primario degli sconvolgimenti ambientali, e quando esplicano i loro effetti nella guerre provocano sconvolgimenti drammatici, oltre a mietere vite umane (basti ricordare l’agente Orange utilizzato indiscriminatamente nella guerra del Vietnam, o l’uranio depleto, ecc.). Si può ricordare (anche se non è il solo fattore, e forse neanche il principale) che il Pentagono è il 35esimo consumatore mondiale di petrolio, in una scala che include tutti gli Stati2:

Collegare i temi e le vertenze ambientali con gli obiettivi dei pacifisti è una necessità sempre più pressante, che fra l’altro moltiplicherebbe le forze.

Last but not least (ma ovviamente il discorso non si chiude) non si devono dimenticare le manipolazioni artificiali dell’ambiente che i militari attuano da decenni per fini bellici, quella che viene chiamata geoingegneria, trascurata (quando non ridicolizzata) sia dagli ambientalisti che dai pacifisti, su cui tanto ha insistito la rimpianta grande scienziata Rosalie Bertell (1929-2012), il suo Pianeta Terra, l’Ultima Risorsa di Guerra.

In seno al movimento ambientalista c’è chi privilegia un aspetto, chi un altro: qui non voglio pronunciarmi, il mio scopo è di evidenziare l’insieme di tanti fattori perché superare i settorialismi, o addirittura le contrapposizioni, è oggi una necessità irrinunciabile in una sfida in cui è in gioco il destino del genere umano.

 

1#. Non è una nozione peregrina ma un’esplicita denuncia della grande biotecnologa pentita Mae-Wan Ho (1941-2016), si veda ad esempio: Orizzontale Gene Transfer – I pericoli nascosti di Ingegneria Genetica, “L’ingegneria genetica comporta la progettazione di costruzioni artificiali di attraversare le barriere di specie e di invadere genomi. In altre parole, si migliora il trasferimento genico orizzontale, il trasferimento diretto di materiale genetico di specie non correlate.”, http://www.eltamiso.it/test/wp-content/uploads/2013/09/Articolo-e-letteratura-scientifica-su-TGO.pdf.

2#. S. Karbuz, Lunga vita al pentagono. Il consumo di petrolio da parte dell’apparato militare statunitense, 16/11/2006, https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=6672.

Palestinians need a state, not a ‘business plan’

Maggio 21, 2019

21.05.2019 – +972 Magazine

Palestinians need a state, not a ‘business plan’
Thousands of West Bank Palestinian workers queue from the early morning hours at the Israeli-manned military checkpoint in Qalqiliya city, in order to reach their workplaces in Israeli and Arab/Palestinian cities beyond the green line, July 16, 2017 (Image by Ahmad Al-Bazz/Activestills.org)

Jared Kushner believes the first stage to peace is investing capital in Gaza and the West Bank. But just how far can that investment go when Israel is determined to maintain full control of and exploit every aspect of the Palestinian economy?

By Sam Bahour

President Donald Trump is taking part in an all-out attempt to batter the Palestinians into political surrender, and his weapon of choice is money. In full coordination with the Israeli government, he is overseeing a global campaign to ensure funds supporting Palestinians are drying up. Everything from Palestinian hospitals in East Jerusalem to health care and education for Palestinian refugees are on the receiving end of the cuts. In the bullseye of this attack is the Palestinian government.

So when CNN reported on Sunday that the Trump administration would be hosting an “economic workshop” in Bahrain to encourage capital investment in the West Bank, Gaza, and the region — the first part of the president’s so-called “Deal of the Century” — it sounded like more of the same.

The plan is said to address four major components: infrastructure, industry, empowering and investing in people, and governance reforms “to make the area as investible as possible.” While on paper all of this sounds fine and well, it may very well be the first step in the collapse of Trump’s peace plan.

The unforeseen silver lining is that the U.S. has lost any remaining influence it had on Palestinian society. As the U.S.-monopolized peace process was driven to total collapse, past U.S. administrations understood that keeping USAID funds operating in the West Bank and Gaza Strip gave the U.S. some sort of financial clout, after losing any semblance of political credibility. Now that Trump has closed the USAID mission in Tel Aviv, which previously served the West Bank, Palestinians are free to think without a noose of U.S. funding around their necks.

The Trump administration is not letting up. With its newly-announced workshop, it seems the White House will be dangling billions of dollars to get the Palestinians to accept the plan.

Speaking last week at the Washington Institute about the administration’s upcoming Middle East peace plan, President Trump’s son-in-law and senior adviser, Jared Kushner, said, “I think we developed a good business plan.” As someone who formulates real business plans for a living, I understand that if one works according to misguided assumptions, even the best of business plans will fall flat on their faces.

Kushner seems to be missing the point entirely: Israel is addicted to Palestine’s economy, and without overcoming that addiction, there is no chance for any grand “business plan” to succeed. Moreover, his “in-depth operational document,” which he calls “realistic, executable…and will lead to both sides being much better off” is borderline hallucinatory, given the fact that it dismisses the need for the establishment of a Palestinian state.

Israel’s determination to maintain full control of the Palestinian economy for over five decades has become a major hurdle in getting it to realize that its occupation must come to an end. And like recovery from other addictions, this one will require external support. That support needs to be based on third states holding Israel accountable to save it from itself, rather than building a “business plan” to try and paint life under the boot of Israeli military occupation as somehow beautiful.

Here, in addition to human rights, we speak of economic rights, too: our rights to our economic assets — land, water, natural gas wells, our Dead Sea and Mediterranean Sea shores, borders, and the like — and the ability to employ them within a Palestinian-defined economic development plan, free from Israeli or donor agendas. Dumping more humanitarian and developmental funds into Palestinian coffers will not solve the conflict.

Structural dependency

From the start of the military occupation of the West Bank and Gaza Strip 51 years ago, Israel systematically linked the territory’s economy to that of its own. Before the Oslo Accords, this forced linkage was most apparent in Israel’s restriction of Palestinian business and its control of the freedom of movement of Palestinian labor. For nearly a decade prior to Oslo, Israel issued work permits to tens of thousands of Palestinian workers to allow them to enter Israel to find work. Palestinian labor was found in Israeli construction, agriculture, hotels and the like.

Treated as a second-class labor force, Palestinian workers were exposed to conditions that allowed Israeli businesses to benefit from lower wages without being subject to Israeli labor law. Many Palestinian workers even found themselves building the illegal Israeli settlements that threaten the very existence of Palestinian communities. For Palestinians, being able to work — anywhere — while under Israeli occupation was a matter of survival. For many, it still is.

The Israeli occupation authorities also levied taxes on the occupied and used a portion of these taxes to flood the Palestinian areas with Israeli-made infrastructure and goods. This created further Palestinian dependence on the occupier’s economy.

Following the Oslo agreements, the role of state donors in funding Palestinian “development” turned into an international underwriting of the Israeli occupation, reducing and often removing the financial costs of military occupation. Knowingly or not, donor funding had an accomplice-type role in allowing the situation to reach the place it is in today.

Although donor money fueled the Palestinian economy, at no time did donors view the development of the private sector as the highest priority in building a viable Palestinian society. Donors assisted in the creation of sector trade associations and provided a certain level of assistance, but a strategic approach to the private sector, namely reducing structural dependency on Israel, never materialized.

Many in the international community were quick to criticize the growing number of Palestinian public sector workers, but few, if any, had the foresight to see that a strong Palestinian private sector was the only way to provide an alternative to public employment. Those who did realize this ignored it for the most part, since it would mean challenging the Israeli occupation and the restrictions placed on the Palestinian economy that come with it.

All the while, Israel was going forward with its unilateral settlement enterprise, which severely damaged the Palestinian private sector and left the Palestinian Authority playing catch up for its own survival. This left the Palestinian private sector to deal on its own with Israeli restrictions on Palestinian society.

Furthermore, the separation wall’s land grab has separated Palestinian farmers from their lands, causing great pressure on Palestinian agriculture. Add this to the constant restrictions Israel has placed on land and water, the results of which can be seen in Palestine’s GDP, where agriculture has dropped from 12 percent prior to the Oslo Accords to below 5 percent today.

The foundation of a future state 

The viability of any future Palestinian economy must come within the context of a sustainable private sector, one that can create sustainable job opportunities and develop competitive products and services for the local market first, and then for export. The Palestinian private sector must be able to absorb Palestinian university graduates in a knowledge economy, while also absorbing the tens of thousands of construction workers who Israel uses to serve its economy. Similarly, a viable Palestinian economy must be able to feed itself, which requires land and water resources to be free from Israeli control.

The international community has a historic responsibility to Palestinians, especially after so many years of observing the Israeli occupation from afar, and a decade of footing the bill as Israeli violations continue unabated. The challenge today is to remove Israeli military occupation and allow the Palestinian private sector to assume its natural role of becoming the foundation of a future state.

Sam Bahour is a Palestinian-American business consultant from Ramallah/Al-Bireh in the West Bank. He is Chairman of Americans for a Viable Palestinian Economy (AVPE) and serves as a policy adviser to Al-Shabaka, the Palestinian Policy Network and is co-editor of “Homeland: Oral Histories of Palestine and Palestinians” (1994). He blogs at ePalestine.com. @SamBahour

 The original article can be found on our partner’s website here

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