Archive for giugno 2019

Cosa sta succedendo nelle carceri?

giugno 30, 2019

30.06.2019 – Redazione Italia

Cosa sta succedendo nelle carceri?

Le rivolte nelle carceri di tutta Italia delle ultime settimane, da Poggioreale a Voghera, da Palermo a Rieti, da Agrigento a L’Aquila a Velletri, rappresentano la cartina di tornasole di un sistema malato che è giunto a un punto di non ritorno. Quasi 61.000 persone ammassate in meno di 50.000 posti regolamentari e la chiusura di qualsiasi prospettiva alternativa al carcere, sono dati allarmanti e destinati a crescere. In realtà questi dati non rispecchiano un aumento dei reati, nettamente in calo negli ultimi 10 anni, ma scelte politiche precise da un lato mentre, dall’altro, denunciano la farraginosità della macchina giudiziaria e il carattere classista dell’istituzione carceraria.

Le leggi varate negli ultimi 30 anni in materia di stupefacenti, contraffazione di marchi e immigrazione, hanno determinato la criminalizzazione di marginalità sociali che, scientemente, sono stati oggetto alternativamente di campagne mediatiche mostrificatorie, determinando paura e allarme nella società. I 3/4 della popolazione attualmente detenuta è costituita da assuntori e “spacciatori” di sostanze stupefacenti, autoctoni e migranti, provenienti prevalentemente dai quartieri periferici delle città e dai ceti sociali medio-bassi, ladruncoli e scippatori, parcheggiatori e ambulanti “abusivi”, malati psichici, prostitute. Un’operazione chirurgica che ha selezionato i destinatari, tenendo le sirene allarmistiche, e di conseguenza anche la criminalizzazione e la repressione, ben lontane dai trasgressori appartenenti alle classi più agiate. Per intenderci: il cocainomane col suv viene percepito differentemente dall’assuntore con l’utilitaria, così come l’espediente di sopravvivenza è reato, mentre la finanza criminale è “creativa”. A differente condizione economica corrisponde una differente percezione sociale ed anche la pretesa punitiva nei confronti dei soggetti più agiati viene mitigata a partire dalla tutela della privacy. Difficilmente troveremo su Mario Rossi i titoloni di giornale riservati a Ciro Esposito, e difficilmente troveremo Mario Rossi tra i 61.000 destinatari delle patrie galere. Ci chiediamo anche cosa succederà con il regionalismo differenziato se verrà approvato. Se già oggi non si può negare l’esistenza di una correlazione tra questione meridionale e politiche penitenziarie (basti pensare “all’area 416bis” e alle percentuali di meridionali tra la composizione della popolazione detenuta pari ad oltre il 70% dei detenuti italiani, mente è il 100% delle sezioni di Alta sicurezza), con il regionalismo differenziato la gestione del Sud sarà demandata verosimilmente alla sola amministrazione penitenziaria.

L’estensione continua del concetto di “condotta penalmente rilevante” mira (da sempre) a criminalizzare e reprimere un corpo sociale ben determinato che, in parte, non riesce ad avere i mezzi per soddisfare i bisogni primari per cui è costretto a ricorrere ad espedienti per sopravvivere mentre, un’altra parte, “approfitta” delle abitudini di quella larga, e trasversale, parte di società che fa regolarmente uso di sostanze stupefacenti.

Un corpo sociale vittima, prima ancora che reo, della condizione di marginalità cui l’attuale sistema politico ed economico lo ha relegato, delegando al carcere il contenimento di questa “eccedenza” che mal si incastra nell’Italia bellissima favoleggiata dagli abili mercanti, di ieri e di oggi, improvvisatisi statisti, che hanno trasformato lo Stato in azienda prima e bancarella poi. Uno Stato ridotto a vetrina, ormai decadente, di un corpo politico e di una società che il senso dello stato, dell’equità, dell’umanità e della giustizia sociale ha smarrito.

E nelle galere stanno esplodendo tutte le contraddizioni socio-politiche che all’interno della società fanno fatica a trovare il minimo comune multiplo. Esplodono su restrizioni e privazioni che narrano tutta l’ipocrisia dei Rossi “clienti, compari e complici” degli Esposito.

In altri tempi si sarebbe scritto a fiumi su questa “soggettività di classe” in rivolta nelle carceri, si sarebbe analizzata la composizione variegata e meticcia rivendicante la propria alterità rispetto al potere costituito. Eppure le parole d’ordine non sono cambiate: Sante Notarnicola ci ricorda che se oggi nelle carceri c’è il fornellino nelle celle, e ci fu la riforma Gozzini, il merito va riconosciuto alle lotte che tra gli anni 70 e 80 attraversarono le carceri di tutta Italia. In quegli anni la composizione era variegata più che meticcia e l’incontro in carcere tra i prigionieri comuni e quelli politici determinò una presa di coscienza della condizione soggettiva anche tra i detenuti comuni, ed innescò una serie di rivendicazioni che, dal momento che non si riusciva a abbattere il carcere, individuato quale pilastro fondamentale del sistema capitalista, migliorassero le condizioni di vivibilità all’interno dello stesso.

Negli ultimi venti anni c’è stata una torsione autoritaria, dentro e fuori le carceri, inversamente proporzionale allo smantellamento del welfare. Gli esempi richiamati in apertura rappresentano gli obbrobri giuridici macroscopici di un legiferare ossessivo-compulsivo teso a mantenere in attivo la fabbrica penale. Punire e incarcerare coloro i quali sono stati resi poveri, esclusi, emarginati assolve a molteplici funzioni: tenere in piedi il sistema penale e carcerario, offrire alla società capri espiatori utili a sedare le insicurezze sociali e nascondere dalla vista dei moderni signorotti i pezzenti, i reietti. E, infine, il capolavoro: offrire manodopera a costo basso o nullo alle imprese e alle multinazionali. Le ultime riforme in materia di lavoro penitenziario e ammortizzatori sociali hanno cancellato buona parte dei diritti del detenuto/lavoratore. Nel 2018 sono state adeguate le c.d. “mercedi”, ferme dal 1994 ma, se da un lato hanno adeguato i salari, dall’altro hanno innalzato le spese di mantenimento e ridotto le ore contrattualizzate retribuite. Prendiamo ad esempio i c.d. “piantoni” (ma questo, in diversa misura, vale anche per le altre mansioni di lavoro intramurario), cioè i detenuti che prestano assistenza ai detenuti disabili, hanno un contratto di 1 ora al giorno ma assistono il disabile/concellino, altre 23 h su 24 a titolo di umanità gratuita. Per quanto concerne gli accordi dell’amministrazione penitenziaria con società ed imprese esterne, l’ultimo esempio, in ordine temporale, è dato dal “Programma 2121”, su cui l’azienda Plus Value, partner del Progetto Mind – Milano Innovation District per la riqualificazione dell’area dell’Expo 2015 assieme al Ministero di Giustizia a alla multinazionale di sviluppo immobiliare Lendlease, che ha avviato la valutazione dell’impatto socio-economico e delle ricadute che il programma avrà. Il progetto prevede l’impiego di manodopera detenuta e i detenuti avranno sì un contratto, ma la retribuzione andrà all’amministrazione penitenziaria ad “estinzione del debito” che il detenuto ha nei confronti dello Stato. Attraverso l’inserimento del meccanismo premiale in vece della retribuzione nel rapporto di lavoro si (re)introduce la pratica del lavoro forzato.

Si è gradualmente tornati, quindi, alla funzione che le carceri ebbero nel periodo pre e post rivoluzione industriale: contenere, disciplinare e sfruttare le marginalità che lo sviluppo della società capitalistica aveva prodotto. Ieri erano i contadini che in massa abbandonavano le campagne col miraggio della fabbrica che, esattamente come le bestie da soma, venivano selezionati mentre i più deboli venivano scartati. E gli scarti vennero marginalizzati prima e criminalizzati poi. Esattamente come è avvenuto con i meridionali dall’Unità d’Italia in poi e come avviene oggi con i migranti.

I detenuti che oggi si stanno ribellando contro l’istituzione carceraria sono quelle stesse eccedenze al sistema e alla società capitalistiche che rivendicano prepotentemente spazi vitali e diritti: salute, acqua, vitto congruo, affetti. E accanto alle rivendicazioni ci chiedono il senso di questo carcere, a cosa serve? A chi? Certamentenon a loro che, nella migliore delle ipotesi, usciranno come sono entrati o, nella peggiore e più probabile, saranno incattiviti da anni di segregazione fine a se stessa ma molto utile all’industria penale.

Associazione Yairaiha Onlus

The Antiwar Movement No One Can See

giugno 30, 2019

28.06.2019 – US, United States – Waging Nonviolence

The Antiwar Movement No One Can See

This story was first published by Tom Dispatch.

By Allegra Harpootlian

When Donald Trump entered the Oval Office in January 2017, Americans took to the streets all across the country to protest their instantly endangered rights. Conspicuously absent from the newfound civic engagement, despite more than a decade and a half of this country’s fruitless, destructive wars across the Greater Middle East and northern Africa, was antiwar sentiment, much less an actual movement.

Those like me working against America’s seemingly endless wars wondered why the subject merited so little discussion, attention, or protest. Was it because the still-spreading war on terror remained shrouded in government secrecy? Was the lack of media coverage about what America was doing overseas to blame? Or was it simply that most Americans didn’t care about what was happening past the water’s edge? If you had asked me two years ago, I would have chosen “all of the above.” Now, I’m not so sure.

After the enormous demonstrations against the invasion of Iraq in 2003, the antiwar movement disappeared almost as suddenly as it began, with some even openly declaring it dead. Critics noted the long-term absence of significant protests against those wars, a lack of political will in Congress to deal with them, and ultimately, apathy on matters of war and peace when compared to issues like health care, gun control, or recently even climate change.

The pessimists have been right to point out that none of the plethora of marches on Washington since Donald Trump was elected have had even a secondary focus on America’s fruitless wars. They’re certainly right to question why Congress, with the constitutional duty to declare war, has until recently allowed both presidents Barack Obama and Donald Trump to wage war as they wished without even consulting them. They’re right to feel nervous when a national poll shows that more Americans think we’re fighting a war in Iran (we’re not) than a war in Somalia (we are).

But here’s what I’ve been wondering recently: What if there’s an antiwar movement growing right under our noses and we just haven’t noticed? What if we don’t see it, in part, because it doesn’t look like any antiwar movement we’ve even imagined?

If a movement is only a movement when people fill the streets, then maybe the critics are right. It might also be fair to say, however, that protest marches do not always a movement make. Movements are defined by their ability to challenge the status quo and, right now, that’s what might be beginning to happen when it comes to America’s wars.

What if it’s Parkland students condemning American imperialism or groups fighting the Muslim Ban that are also fighting the war on terror? It’s veterans not only trying to take on the wars they fought in, but putting themselves on the front lines of the gun controlclimate change, and police brutality debates. It’s Congress passing the first War Powers Resolution in almost 50 years. It’s Democratic presidential candidates signing a pledge to end America’s endless wars.

For the last decade and a half, Americans — and their elected representatives — looked at our endless wars and essentially shrugged. In 2019, however, an antiwar movement seems to be brewing. It just doesn’t look like the ones that some remember from the Vietnam era and others from the pre-invasion-of-Iraq moment. Instead, it’s a movement that’s being woven into just about every other issue that Americans are fighting for right now — which is exactly why it might actually work.

A Veteran’s Antiwar Movement in the Making?

During the Vietnam War of the 1960s and early 1970s, protests began with religious groups and peace organizations morally opposed to war. As that conflict intensified, however, students began to join the movement, then civil rights leaders like Martin Luther King Jr. got involved, then war veterans who had witnessed the horror firsthand stepped in — until, with a seemingly constant storm of protest in the streets, Washington eventually withdrew from Indochina.

You might look at the lack of public outrage now, or perhaps the exhaustion of having been outraged and nothing changing, and think an antiwar movement doesn’t exist. Certainly, there’s nothing like the active one that fought against America’s involvement in Vietnam for so long and so persistently. Yet it’s important to notice that, among some of the very same groups (like veterans, students, and even politicians) that fought against that war, a healthy skepticism about America’s 21st-century wars, the Pentagon, the military industrial complex, and even the very idea of American exceptionalism is finally on the rise — or so the polls tell us.

Right after the midterms last year, an organization named Foundation for Liberty and American Greatness reported mournfully that younger Americans were “turning on the country and forgetting its ideals,” with nearly half believing that this country isn’t “great” and many eyeing the U.S. flag as “a sign of intolerance and hatred.” With millennials and Generation Z rapidly becoming the largest voting bloc in America for the next 20 years, their priorities are taking center stage. When it comes to foreign policy and war, as it happens, they’re quite different from the generations that preceded them. According to the Chicago Council of Global Affairs,

“Each successor generation is less likely than the previous to prioritize maintaining superior military power worldwide as a goal of U.S. foreign policy, to see U.S. military superiority as a very effective way of achieving U.S. foreign policy goals, and to support expanding defense spending. At the same time, support for international cooperation and free trade remains high across the generations. In fact, younger Americans are more inclined to support cooperative approaches to U.S. foreign policy and more likely to feel favorably towards trade and globalization.”

Although marches are the most public way to protest, another striking but understated way is simply not to engage with the systems one doesn’t agree with. For instance, the vast majority of today’s teenagers aren’t at all interested in joining the all-volunteer military. Last year, for the first time since the height of the Iraq war 13 years ago, the Army fell thousands of troops short of its recruiting goals. That trend was emphasized in a 2017 Department of Defense poll that found only 14 percent of respondents ages 16 to 24 said it was likely they’d serve in the military in the coming years. This has the Army so worried that it has been refocusing its recruitment efforts on creating an entirely new strategy aimed specifically at Generation Z.

In addition, we’re finally seeing what happens when soldiers from America’s post-9/11 wars come home infused with a sense of hopelessness in relation to those conflicts. These days, significant numbers of young veterans have been returning disillusioned and ready to lobby Congress against wars they once, however unknowingly, bought into. Look no farther than a new left-right alliance between two influential veterans groups, VoteVets and Concerned Veterans for America, to stop those forever wars. Their campaign, aimed specifically at getting Congress to weigh in on issues of war and peace, is emblematic of what may be a diverse potential movement coming together to oppose America’s conflicts. Another veterans group, Common Defense, is similarly asking politicians to sign a pledge to end those wars. In just a couple of months, they’ve gotten on board 10 congressional sponsors, including freshmen heavyweights in the House of Representatives Alexandria Ocasio-Cortez and Ilhan Omar.

And this may just be the tip of a growing antiwar iceberg. A misconception about movement-building is that everyone is there for the same reason, however broadly defined. That’s often not the case and sometimes it’s possible that you’re in a movement and don’t even know it. If, for instance, I asked a room full of climate change activists whether they also considered themselves part of an antiwar movement, I can imagine the denials I’d get. And yet, whether they know it or not, sooner or later fighting climate change will mean taking on the Pentagon’s global footprint, too.

Think about it: not only is the U.S. military the world’s largest institutional consumer of fossil fuels but, according to a new report from Brown University’s Costs of War Project, between 2001 and 2017, it released more than 1.2 billion metric tons of greenhouse gases into the atmosphere (400 million of which were related to the war on terror). That’s equivalent to the emissions of 257 million passenger cars, more than double the number currently on the road in the United States.

A Growing Antiwar Movement in Congress

One way to sense the growth of antiwar sentiment in this country is to look not at the empty streets or even at veterans organizations or recruitment polls, but at Congress. After all, one indicator of a successful movement, however incipient, is its power to influence and change those making the decisions in Washington. Since Donald Trump was elected, the most visible evidence of growing antiwar sentiment is the way America’s congressional policymakers have increasingly become engaged with issues of war and peace. Politicians, after all, tend to follow the voters and, right now, growing numbers of them seem to be following rising antiwar sentiment back home into an expanding set of debates about war and peace in the age of Trump.

In campaign season 2016, in an op-ed in the Washington Post, political scientist Elizabeth Saunders wondered whether foreign policy would play a significant role in the presidential election. “Not likely,” she concluded. “Voters do not pay much attention to foreign policy.” And at the time, she was on to something. For instance, Senator Bernie Sanders, then competing for the Democratic presidential nomination against Hillary Clinton, didn’t even prepare stock answers to basic national security questions, choosing instead, if asked at all, to quickly pivot back to more familiar topics. In a debate with Clinton, for instance, he was asked whether he would keep troops in Afghanistan to deal with the growing success of the Taliban. In his answer, he skipped Afghanistan entirely, while warning only vaguely against a “quagmire” in Iraq and Syria.

Heading for 2020, Sanders is once again competing for the nomination, but instead of shying away from foreign policy, starting in 2017, he became the face of what could be a new American way of thinking when it comes to how we see our role in the world.

In February 2018, Sanders also became the first senator to risk introducing a war powers resolution to end American support for the brutal Saudi-led war in Yemen. In April 2019, with the sponsorship of other senators added to his, the bill ultimately passed the House and the Senate in an extremely rare showing of bipartisanship, only to be vetoed by President Trump. That such a bill might pass the House, no less a still-Republican Senate, even if not by a veto-proof majority, would have been unthinkable in 2016. So much has changed since the last election that support for the Yemen resolution has now become what Tara Golshan at Vox termed “a litmus test of the Democratic Party’s progressive shift on foreign policy.”

Nor, strikingly enough, is Sanders the only Democratic presidential candidate now running on what is essentially an antiwar platform. One of the main aspects of Elizabeth Warren’s foreign policy plan, for instance, is to “seriously review the country’s military commitments overseas, and that includes bringing U.S. troops home from Afghanistan and Iraq.” Entrepreneur Andrew Yang and former Alaska Senator Mike Gravel have joined Sanders and Warren in signing a pledge to end America’s forever wars if elected. Beto O’Rourke has called for the repeal of Congress’s 2001 Authorization to Use Military Force that presidents have cited ever since whenever they’ve sent American forces into battle. Marianne Williamson, one of the many (unlikely) Democratic candidates seeking the nomination, has even proposed a plan to transform America’s “wartime economy into a peace-time economy, repurposing the tremendous talents and infrastructure of [America’s] military industrial complex … to the work of promoting life instead of death.”

And for the first time ever, three veterans of America’s post-9/11 wars — Seth Moulton and Tulsi Gabbard of the House of Representatives, and South Bend Mayor Pete Buttigieg — are running for president, bringing their skepticism about American interventionism with them. The very inclusion of such viewpoints in the presidential race is bound to change the conversation, putting a spotlight on America’s wars in the months to come.

Get on Board or Get Out of the Way

When trying to create a movement, there are three likely outcomes: you will be accepted by the establishment, or rejected for your efforts, or the establishment will be replaced, in part or in whole, by those who agree with you. That last point is exactly what we’ve been seeing, at least among Democrats, in the Trump years. While 2020 Democratic candidates for president, some of whom have been in the political arena for decades, are gradually hopping on the end-the-endless-wars bandwagon, the real antiwar momentum in Washington has begun to come from new members of Congress like Alexandria Ocasio-Cortez and Ilhan Omar who are unwilling to accept business as usual when it comes to either the Pentagon or the country’s forever wars. In doing so, moreover, they are responding to what their constituents actually want.

As far back as 2014, when a University of Texas-Austin Energy Poll asked people where the U.S. government should spend their tax dollars, only 7 percent of respondents under 35 said it should go toward military and defense spending. Instead, in a “pretty significant political shift” at the time, they overwhelmingly opted for their tax dollars to go toward job creation and education. Such a trend has only become more apparent as those calling for free public college, Medicare-for-all, or a Green New Deal have come to realize that they could pay for such ideas if America would stop pouring trillions of dollars into wars that never should have been launched.

The new members of the House of Representatives, in particular, part of the youngest, most diverse crew to date, have begun to replace the old guard and are increasingly signalling their readiness to throw out policies that don’t work for the American people, especially those reinforcing the American war machine. They understand that by ending the wars and beginning to scale back the military-industrial complex, this country could once again have the resources it needs to fix so many other problems.

In May, for instance, Omar tweeted, “We have to recognize that foreign policy IS domestic policy. We can’t invest in health care, climate resilience, or education if we continue to spend more than half of discretionary spending on endless wars and Pentagon contracts. When I say we need something equivalent to the Green New Deal for foreign policy, it’s this.”

A few days before that, at a House Committee on Oversight and Reform hearing, Ocasio-Cortez confronted executives from military contractor TransDigm about the way they were price-gouging the American taxpayer by selling a $32 “non-vehicular clutch disc” to the Department of Defense for $1,443 per disc. “A pair of jeans can cost $32; imagine paying over $1,000 for that,” she said. “Are you aware of how many doses of insulin we could get for that margin? I could’ve gotten over 1,500 people insulin for the cost of the margin of your price gouging for these vehicular discs alone.”

And while such ridiculous waste isn’t news to those of us who follow Pentagon spending closely, this was undoubtedly something many of her millions of supporters hadn’t thought about before. After the hearing, Teen Vogue created a list of the “5 most ridiculous things the United States military has spent money on,” comedian Sarah Silverman tweeted out the Ocasio-Cortez hearing clip to her 12.6 million followers, Will and Grace actress Debra Messing publicly expressed her gratitude to Ocasio-Cortez, and according to Crowdtangle, a social media analytics tool, the NowThis clip of her in that congressional hearing garnered more than 20 million impressions.

Not only are members of Congress beginning to call attention to such undercovered issues, but perhaps they’re even starting to accomplish something. Just two weeks after that contentious hearing, TransDigm agreed to return $16.1 million in excess profits to the Department of Defense. “We saved more money today for the American people than our committee’s entire budget for the year,” said House Oversight Committee Chair Elijah Cummings.

Of course, antiwar demonstrators have yet to pour into the streets, even though the wars we’re already involved in continue to drag on and a possible new one with Iran looms on the horizon. Still, there seems to be a notable trend in antiwar opinion and activism. Somewhere just under the surface of American life lurks a genuine, diverse antiwar movement that appears to be coalescing around a common goal: getting Washington politicians to believe that antiwar policies are supportable, even potentially popular. Call me an eternal optimist, but someday I can imagine such a movement helping end those disastrous wars.

 The original article can be found on our partner’s website here

Buone notizie

giugno 30, 2019
Non siamo isolati in Italia: w i quaccheri in Italia
 
La metà degli italiani vorrebbe ridurre o eliminare le spese militari
 
 
Un recente sondaggio diffuso da SWG nell’ambito del proprio servizio PoliticAPP segnala ancora una volta la non popolarità delle spese militari in Italia. Secondo i risultati del sondaggio (diffusi il 27 giugno e derivanti da rilevazioni condotte tra il 19 e il 21 giugno) ben il 50% degli intervistati ritiene che gli investimenti per difesa militare e armamenti andrebbero diminuiti (per il 36%) o addirittura eliminati del tutto (il 14% dei rispondenti). Solo il 9% ha espresso la necessità di un aumento di tali fondi mentre per quasi un terzo (precisamente il 29%) il livello di spesa attuale è ritenuto adeguato.
 
I risultati si allineano come tendenza a quelli rilevati da un sondaggio promosso dall’Associazione Papa Giovanni XXIII ad inizio 2018 per il lancio della propria campagna per un “Ministero della Pace”. In quel momento e nel contesto di un’ampia serie di domande incentrata su tematiche legate a guerra e pace (e con una domanda impostata in maniera differente: “Secondo lei, ci sono oggi le condizioni In Italia per diminuire le spese militari?”) ben il 79% degli intervistati riteneva che tali condizioni fossero già presenti. Per il 21% senza alcun dubbio, mentre il 58% sottolineava la mancanza di volontà politica a riguardo.
 
La valutazione che si può trarre da questi sondaggi (in entrambi i casi con un campione rappresentativo di circa 1.000 persone) è che in media gli italiani non ritengono le spese militari una parte fondamentale delle funzioni dello Stato. E anzi probabilmente percepiscono(aggiungiamo noi, come sensazione) dietro l’opacità e la difficoltà di informazioni accessibili su questo comparto una sorta di ineluttabile “prezzo da pagare” ad alleanze internazionali, centri di potere politico-militare, industria della difesa.

meeting minutes

giugno 30, 2019

Meeting Minutes del 30 giugno 2019: buona domenica

Il servizio sarà regolare in estate. Vogliate scusare l’occorso della data errata di ieri ad una parte di invii. Distrazioni …

Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo» (Matteo 11,28)

BE OPEN

Be open

When you pray

And see life

In a whole new way

David Herr

Essere capaci di sorridere dopo una sconfitta, è la vittoria finale.

Bertus Aasfjes

*  67 d.C. muore a Roma San Paolo di Tarso, martire e teologo cristiano

” L’uomo di responsabilità, che sta fra legame e libertà  e che deve osare , in quanto legato, agire in libertà , non trova la sua giustificazione nel legame  ovvero nella libertà, bensì soltanto in colui che lo ha posto in questa situazione, umanamente impossibile, chiedendo che egli agisca. Il responsabile consegna sé e le proprie azioni.”

Dietrich Bonhoeffer

Candele per Assange – Candles4Assange @Milan, Italy

giugno 29, 2019

29.06.2019 – Cristina Mirra

Candele per Assange – Candles4Assange @Milan, Italy

3 LUGLIO, ORE 21, MILANO, PIAZZA CASTELLO.

Aderiamo alla mobilitazione internazionale # Candles4Assange contro the war all’informazione e per la Liberazione di Julian Assange.
Milano sarà la 43sima città, l’Italia il 19simo paese ad unirsi a questa campagna.
Partecipare è un atto di riconoscenza nei confronti di chi ha messo a repentaglio la propria vita per garantire il diritto di conoscere la verità.
https://www.facebook.com/events/419865135521707/

On The Importance of Pride

giugno 29, 2019

28.06.2019 – Pressenza New York

On The Importance of Pride
First Gay Pride Parade in Boston

By Patricia Smith

June. LGBTQ Pride Month. For years, as a young teacher in Boston, I looked forward to Gay Pride Day (what we called it back then), celebrated in Boston on the first Saturday in June. I went in the early years with my very first girlfriend and I wore, as I saw others had, a paper bag on my head with the word “TEACHER” scrawled on the front. I knew I could get fired if anyone saw me there, if anyone suspected I was gay. I went first to revel in the midst of hundreds of LGBTQ people, of folks who wouldn’t mind if I held my girlfriend’s hand, if we sat in each other’s arms at the festival following the parade. What a comfort to know that at least that many LGBTQ people lived nearby, because growing up in suburban Boston in the 1970’s and ‘80s, I had no clue. I didn’t even have the knowledge that such people existed. Maybe in high school I knew that LGBTQ people existed, but I didn’t know much.

I went to Pride in the following years with my first long-term partner, gathering courage to march in the parade, to be part of the throng of out, proud, LGBTQ people. I marched with fellow members of the Gay and Lesbian Helpline at the Fenway Community Health Center, and I marched with GLSEN, the Gay Lesbian Straight Education Network. For them, I helped carry our banner—“Together, For a Change”—buoyed on with the shouts of the crowd. “Look! Gay teachers!” followed by thunderous applause, smiles, camera flashes. Back then, Pride to me was a sort of Gay Christmas, as much about the celebration as it was about visibility and well, pride. It’s heady stuff to find yourself suddenly with a large tribe when previously you just weren’t sure if there were any other people like you. And then imagine you find yourself with a vibrant, colorful tribe, exuberant in their celebration. Who wouldn’t want to be part?

But this was also the Regan era, the years so many in our communities died from lack of care and attention, the most devastating years of the AIDS crisis before funding and any effective treatments. And then Pride became more than a celebration. It became a way to make our voices heard and our bodies seen. Of course, Pride has always been about making our voices seen and our bodies heard; it was always a way to say “we’re here; we’re queer,” a way to claim the streets just for one day, to demonstrate and revel in our own beauty and strength, to honor and celebrate our lives and, perhaps, with our numbers proclaim our value, to demand attention and insist on our right to exist.

Today, in so many LGBTQ Pride Parades, school groups march. And churches. Employees of big-name corporations. Politicians and families. Straight allies. It’s easy to be cynical about it, all the corporate logos and sponsorships, the not-so-subtle competition for our money and loyalty, all the feel-good rainbows everywhere. But in the throng of now thousands who participate, we can see visible changes to society. We can see more inclusion and acceptance. We can see so many fabulous examples of what it means to be LGBTQ.

But what we can’t see are all the young people who still wonder if there is anyone else like them. We can’t see the harassment, the bullying, the terrorizing that continues—and in many instances has increased—lately. In 2018, EdSource reports that “LGBT young people ages 13-15 are 120 % more likely to become homeless,” even in places like San Francisco, a “gay mecca.” In their 2017 National School Climate Survey, GLSEN reports “fewer positive changes” for LGBTQ youth in schools. The statistics are stark: 98.5 % of LGBTQ youth report hearing gay used in a negative way; 56.6 % report hearing negative comments from teachers and staff. Over half of the LGBTQ students surveyed reported feeling unsafe at school because of their sexual orientation and more than three quarters of LGBTQ students surveyed admitted to avoiding school functions because they felt unsafe or uncomfortable.

The story gets even more grave for trans students. While a little more than half of students surveyed reported hearing anti-gay comments from teachers of staff, the number climbs to 71% who report hearing negative comments from teachers or staff about gender identity or gender expression. From 2013 to 2017, GLSEN reports a “steady increase in negative remarks about transgender people.” Perhaps not surprisingly, students in rural areas, especially in the South, reported the most difficulties in schools and had the fewest resources available to them.

And so—if in a small city nearby—as happened recently in Hendersonville, NC—there is a Pride March or celebration, if there is a visible presence of what it might mean to grow up LGBTQ, if young people can see that it can, indeed, ‘get better,’ that is reason enough to get out there and dance on floats, sing all the songs, march with rainbow stickers. As Harvey Milk said, “You’ve got to give them hope.”


Patricia Smith is the author of the novel The Year of Needy Girls (Kaylie Jones Books, 2017), a Lambda Literary Award finalist. Her nonfiction has appeared most recently in the anthologies Older Queer Voices: The Intimacy of Survival and Nine Lives: A Life in Ten Minutes Anthology as well as Parhelion Literary Magazine, where it was nominated for Best of the Net. Her essay, “Border War,” which appeared in Broad Street Magazine, received a Special Mention by Pushcart. A teacher of American literature and Creative Writing at the Appomattox Regional Governor’s School in Petersburg, VA, she lives in Chester, VA with her partner.

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Meeting Minutes

giugno 29, 2019
Meeting Minutes del 29 giugno 2019: shabbat shalom
 
«Io vi punirò secondo il frutto delle vostre azioni», dice il Signore (Geremia 21,14)
 
 
PROBLEM
Got a problem
That needs solved ?
Then ask God
To get involved.
David Herr
 
 
L’approvazione degli altri è uno stimolante, del quale talvolta è bene diffidare.
 
Paul Cezanne
 
*1934 In Germania “notte dei lunghi coltelli”
 
* San Pietro e San Paolo, apostoli
 
*1917 nasce a Prerov Josefv Kainar, drammaturgo, scrittore, poeta e traduttore ceco
 
 
“Molti uomini cercano un orecchio che li ascolti , ma non lo trovano tra i cristiani che talvolta parlano quando dovrebbero ascoltare,
 
Dietrich Bonhoeffer

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Imparare a dire no

giugno 29, 2019

Imparare a dire no

Perché a volte siamo incapaci di dire no a una sollecitazione? Il parere della psicologa Anne-Marie Saunal

 in  società

Imparare a dire no

La più grande difficoltà dell’essere umano è di non poter dire no a sollecitazioni che pure non desidera. Le ragioni di questo paradosso sono molteplici.

Obbedienza e sacrificio
La prima va ricercata nell’infanzia. I nostri genitori, la scuola, la chiesa ci hanno insegnato a ubbidire, a dire sì “per il nostro bene”. Questo bene è equiparato a quello della famiglia, della società o della comunità. Dire sì alle sollecitazioni che da lì provengono è manifestare che si appartiene a quella entità, essere tutt’uno con essa e perfino sacrificarsi per essa. Dire no è prendere le distanze, trasgredire la legge simbolica trasmessa dal padre per correre il rischio di essere tagliati fuori, respinti e non essere più amati. È così che a cinquant’anni molti sono ancora incapaci di dire no a una richiesta dei propri genitori.

Imparare a dire no

Immagine e limiti
La seconda ragione della nostra difficoltà a dire no è legata all’immagine che si vuole dare di sé. Opporre un rifiuto a una richiesta significa che non siamo onnipotenti, che abbiamo dei limiti, in termini di tempo e di energia. A volte, quando credono a un ideale, religioso o no, donne e uomini si costruiscono personaggi sempre disponibili per gli altri, al punto di dimenticare di prendersi cura di sé. Dire no a una richiesta che serve la causa equivale allora a cadere dal proprio piedistallo di militante devoto. A volte questa totale disponibilità per degli impegni pubblici maschera anche un rifiuto delle sollecitazioni dei parenti stretti, del coniuge o dei figli, necessariamente più discrete. Non saper dire no dissimula quindi a volte un’incapacità di dire sì.

Imparare a dire no

Cura di sé
Eppure la maggior parte delle persone si rammarica di non poter dire no. “Il trauma del primato dell’altro” è una delle molle che glielo impediscono. Consiste, nella cultura giudaico-cristiana, nell’accordare la priorità all’altro senza rispettare sé stessi. Dire sì sforzandosi genera risentimento nei confronti di colui che ci sollecita e altera di conseguenza la relazione. Il principio di fraternità perde allora il suo significato. La seconda parte del comandamento biblico viene dimenticata: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. La cura di sé si cancella davanti all’abnegazione di sé e lo sfinimento incombe.

Imparare a dire no

Nuove opportunità
Aver fatto questa esperienza cocente costituisce un’arma per imparare a non essere più un oggetto a disposizione degli altri. A che serve dire sì se è per arrivare spossati a una riunione e uscirne vuoti? Imparare a chiedere aiuto può anche permettere di dire più facilmente no. Ci apriamo così a un possibile che rimettiamo nelle mani dell’altro. Cessiamo di renderci indispensabili. Condividiamo il tempo, le responsabilità. Sperimentiamo che gli uni hanno bisogno degli altri.

La tensione tra il sì e il no, tra la cura di sé e la cura dell’altro non scompare mai, l’essenziale è riuscire a rendere fecondo questo conflitto

Questa arringa per la cura di sé non è un elogio dell’egoismo – che è la chiusura in sé. La tensione tra il sì e il no, tra la cura di sé e la cura dell’altro non scompare mai, l’essenziale è riuscire a rendere fecondo questo conflitto, cioè scegliere in parole e opere: “Che il vostro sì sia sì, che il vostro no sia no” (Matteo 5,37).

Anne-Marie Saunal

Imparare a dire no

Anne-Marie Saunal è psicologa e psicanalista, tra le sue pubblicazioni: Psy, délivrez-nous du mal! pubblicato dalle Editions de l’Atelier, e Journal d’une psychanalyste heureuse,edito da Payot.

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On The Importance of Pride

giugno 29, 2019

 

On The Importance of Pride
28.06.2019 – Pressenza New York

First Gay Pride Parade in Boston
By Patricia Smith
June. LGBTQ Pride Month. For years, as a young teacher in Boston, I looked forward to Gay Pride Day (what we called it back then), celebrated in Boston on the first Saturday in June. I went in the early years with my very first girlfriend and I wore, as I saw others had, a paper bag on my head with the word “TEACHER” scrawled on the front. I knew I could get fired if anyone saw me there, if anyone suspected I was gay. I went first to revel in the midst of hundreds of LGBTQ people, of folks who wouldn’t mind if I held my girlfriend’s hand, if we sat in each other’s arms at the festival following the parade. What a comfort to know that at least that many LGBTQ people lived nearby, because growing up in suburban Boston in the 1970’s and ‘80s, I had no clue. I didn’t even have the knowledge that such people existed. Maybe in high school I knew that LGBTQ people existed, but I didn’t know much.
I went to Pride in the following years with my first long-term partner, gathering courage to march in the parade, to be part of the throng of out, proud, LGBTQ people. I marched with fellow members of the Gay and Lesbian Helpline at the Fenway Community Health Center, and I marched with GLSEN, the Gay Lesbian Straight Education Network. For them, I helped carry our banner—“Together, For a Change”—buoyed on with the shouts of the crowd. “Look! Gay teachers!” followed by thunderous applause, smiles, camera flashes. Back then, Pride to me was a sort of Gay Christmas, as much about the celebration as it was about visibility and well, pride. It’s heady stuff to find yourself suddenly with a large tribe when previously you just weren’t sure if there were any other people like you. And then imagine you find yourself with a vibrant, colorful tribe, exuberant in their celebration. Who wouldn’t want to be part?
But this was also the Regan era, the years so many in our communities died from lack of care and attention, the most devastating years of the AIDS crisis before funding and any effective treatments. And then Pride became more than a celebration. It became a way to make our voices heard and our bodies seen. Of course, Pride has always been about making our voices seen and our bodies heard; it was always a way to say “we’re here; we’re queer,” a way to claim the streets just for one day, to demonstrate and revel in our own beauty and strength, to honor and celebrate our lives and, perhaps, with our numbers proclaim our value, to demand attention and insist on our right to exist.
Today, in so many LGBTQ Pride Parades, school groups march. And churches. Employees of big-name corporations. Politicians and families. Straight allies. It’s easy to be cynical about it, all the corporate logos and sponsorships, the not-so-subtle competition for our money and loyalty, all the feel-good rainbows everywhere. But in the throng of now thousands who participate, we can see visible changes to society. We can see more inclusion and acceptance. We can see so many fabulous examples of what it means to be LGBTQ.
But what we can’t see are all the young people who still wonder if there is anyone else like them. We can’t see the harassment, the bullying, the terrorizing that continues—and in many instances has increased—lately. In 2018, EdSource reports that “LGBT young people ages 13-15 are 120 % more likely to become homeless,” even in places like San Francisco, a “gay mecca.” In their 2017 National School Climate Survey, GLSEN reports “fewer positive changes” for LGBTQ youth in schools. The statistics are stark: 98.5 % of LGBTQ youth report hearing gay used in a negative way; 56.6 % report hearing negative comments from teachers and staff. Over half of the LGBTQ students surveyed reported feeling unsafe at school because of their sexual orientation and more than three quarters of LGBTQ students surveyed admitted to avoiding school functions because they felt unsafe or uncomfortable.
The story gets even more grave for trans students. While a little more than half of students surveyed reported hearing anti-gay comments from teachers of staff, the number climbs to 71% who report hearing negative comments from teachers or staff about gender identity or gender expression. From 2013 to 2017, GLSEN reports a “steady increase in negative remarks about transgender people.” Perhaps not surprisingly, students in rural areas, especially in the South, reported the most difficulties in schools and had the fewest resources available to them.
And so—if in a small city nearby—as happened recently in Hendersonville, NC—there is a Pride March or celebration, if there is a visible presence of what it might mean to grow up LGBTQ, if young people can see that it can, indeed, ‘get better,’ that is reason enough to get out there and dance on floats, sing all the songs, march with rainbow stickers. As Harvey Milk said, “You’ve got to give them hope.”

Patricia Smith is the author of the novel The Year of Needy Girls (Kaylie Jones Books, 2017), a Lambda Literary Award finalist. Her nonfiction has appeared most recently in the anthologies Older Queer Voices: The Intimacy of Survival and Nine Lives: A Life in Ten Minutes Anthology as well as Parhelion Literary Magazine, where it was nominated for Best of the Net. Her essay, “Border War,” which appeared in Broad Street Magazine, received a Special Mention by Pushcart. A teacher of American literature and Creative Writing at the Appomattox Regional Governor’s School in Petersburg, VA, she lives in Chester, VA with her partner.

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Speciale Storia

giugno 28, 2019

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

Considerato un precursore dai teologi sudamericani della liberazione, trovò nella Bibbia la radice del proprio impegno politico e sociale

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

(Markus Mattmüller) Nato 150 anni fa a Tamins, nei Grigioni, il 28 luglio 1868, Leonhard Ragaz era figlio di una modesta famiglia di contadini. Cresciuto in un villaggio di montagna dove gran parte del suolo era di proprietà pubblica, riconobbe le possibilità inerenti a un socialismo istituzionalizzato, al sistema cooperativistico, a una democrazia comunitaria viva e al federalismo.

Teologia e lotta sociale
Spinto a studiare teologia a motivo della facilità con cui ciò permetteva di ottenere una borsa di studio, dopo alcuni semestri trascorsi a Basilea, Jena e Berlino, a 22 anni divenne pastore e assunse la cura di tre parrocchie di montagna. Successivamente fu pastore a Coira, e nel 1903 venne chiamato alla cattedrale di Basilea. Fino a quel momento non si era distinto in nulla dagli altri teologi liberali del suo tempo, la cui carriera era accompagnata da successo e popolarità. Ma le cose erano destinate a cambiare radicalmente.

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

Nella città industriale di Basilea, la lotta sociale raggiunse il suo culmine, costringendo Ragaz a prendere posizione. Nella primavera del 1903, scoppiò un conflitto tra impresari edili e muratori e manovali. Uno sciopero di grandi dimensioni venne sciolto dall’intervento delle truppe cantonali. La domenica dopo Pasqua, Ragaz salì sul pulpito della cattedrale di Basilea e affermò che la questione operaia era il problema più urgente del suo tempo: “Il cristiano deve sempre schierarsi dalla parte del debole, dalla parte di coloro che nella lotta sociale tendono verso l’alto. Il cristiano deve sapere che siamo fratelli, non deve solo guardare a se stesso e pretendere che Dio badi a tutti gli altri, ma riconoscere che come figli di Dio siamo responsabili gli uni degli altri”.

Da Basilea a Zurigo
Per la prima volta Ragaz espresse la convinzione che nel movimento operaio si manifesti una forma di cristianesimo inconsapevole, istintiva. Nello stesso anno, parlò per la prima volta del contrasto tra “la religione statica, immobile, quieta e la religione che si muove dinamicamente in avanti. Il primo tipo”, disse, “vede nella religione un luogo di riposo dove coltivare una pietà individualistica e fa del cristianesimo un potere conservatore. I rappresentanti della seconda forma sottolineano invece non la fede in Cristo, bensì la sequela di Cristo. Non difendono la chiesa intesa come istituzione, ma rivendicano il regno di Dio”.

Il cristiano deve sempre schierarsi dalla parte del debole

Chiamato a Zurigo, nel 1908, dalla Facoltà di teologia dell’Università, come professore di teologia sistematica e pratica, Ragaz tenne una serie di corsi sulla filosofia della religione, sull’etica, sul cristianesimo e la questione sociale.

Lo scoppio della guerra
L’inizio del conflitto mondiale, nel 1914, fu considerato da Ragaz come il giudizio sulla società capitalista e militaristica, ma anche sulla chiesa imborghesita e troppo leale verso lo stato. Da quel momento in poi, l’ex comandante dei cadetti e cappellano militare diventò uno dei leader del movimento pacifista svizzero. Gli anni della guerra diedero al suo pensiero teologico l’impronta definitiva: il regno di Dio non è interiore o trascendente, ma vuole trasformare la società e liberare i poveri.

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

La sua critica alla chiesa, alla teologia e a un cristianesimo borghese, lo spinse a riconoscere la contraddizione esistente tra le sue convinzioni e il suo stato privilegiato di teologo accademico. Nel 1921, all’età di 53 anni, senza il diritto ad una pensione, abbandonò la cattedra e si trasferì nel quartiere operaio di Zurigo-Aussersihl, alla Gartenhofstrasse, dove fondò un’accademia popolare. Da allora in poi, si guadagnò da vivere con le modeste entrate provenienti dal lavoro giornalistico.

Leonhard Ragaz

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

La svolta
Da quel momento in poi, Ragaz concentrò le sue attività su tre argomenti principali, tutti di carattere “profano”: la formazione operaia, il socialismo e la pace mondiale.
Nel centro di formazione, dibatté questioni sociali, giuridiche e politiche. Dopo il 1921 non predicò più in nessuna chiesa. Le sue riflessioni, esposte nella saletta della Gartenhofstrasse, e i suoi contributi, pubblicati sulla rivista Neue Wege, costituirono per molti anni le sue uniche testimonianze teologiche. Ragaz leggeva i testi biblici nel contesto degli avvenimenti contemporanei: soprattutto durante gli anni della seconda guerra mondiale questo tipo di lettura permise a molti di preservare una speranza e trovare una consolazione, ma mise anche in guardia di fronte ai pericoli politici di quell’epoca buia.

Cristianesimo, ebraismo, socialismo
In molti suoi articoli Ragaz prese posizione sulla “questione giudaica”. Ribadendo che la radice del cristianesimo e dell’ebraismo è la medesima, espresse il proprio rifiuto nei confronti di qualsiasi attività missionaria verso gli ebrei. Nel novembre del 1938 condannò senza mezzi termini la notte dei cristalli, definendola un “atto barbarico”. Successivamente denunciò con forza e inequivocabilmente la “soluzione finale” nazista, e accolse nel suo centro numerosi profughi ebrei, con i quali sviluppò legami d’amicizia ed entrò in dialogo.

La notte dei cristalli (1938)

Leonhard Ragaz cristiano pacifista

Aderente all’ala sinistra del partito socialista, contraria alla guerra, Ragaz osservò attentamente gli sviluppi in Russia e riconobbe il pericolo totalitario: nell’analisi ragaziana, socialismo e violenza si escludevano.
Nel 1935 il partito socialista, la cui esistenza, nella Germania nazista, era in pericolo, adottò una posizione favorevole al riarmo; Ragaz lasciò allora il partito affermando: “Rimango socialista!“.

Pacifismo e liberazione
Nel periodo tra le due guerre, Leonhard Ragaz fu il principale esponente del movimento pacifista svizzero. Quando scoppiò la guerra e in Svizzera venne introdotta la censura, i commenti di Ragaz, pubblicati nella sua rivista Neue Wege, non passarono inosservati. Il controllo esercitato dalle autorità lo spinse a interrompere la pubblicazione della rivista. Da quel momento, le sue riflessioni, meditazioni bibliche e commenti politici vennero spediti in busta chiusa direttamente ai lettori.

Negli anni della Seconda guerra mondiale, Ragaz scrisse il suo commento a tutti i libri della Bibbia (Die Bibel. Eine Deutung), un’opera fondamentale per capire il suo pensiero politico e sociale.
Ragaz vide ancora la fine della guerra, la vittoria delle democrazie e la fondazione delle Nazioni Unite. I suoi commenti relativi a quegli avvenimenti furono pubblicati nella rivista Neue Wege, ormai liberata dalla censura. Il 6 dicembre 1945 concluse la 39. annata del periodico. La sera del giorno dopo, all’età di 77 anni, morì, a causa di un arresto cardiaco (trad. it. e adat. Paolo Tognina).

Un teologo tra gli scioperanti

Nel 1918, dopo anni di guerra, fame e privazioni, i lavoratori svizzeri avevano sete di giustizia e chiedevano la loro parte di ricchezza sociale. Il teologo Leonhard Ragaz prese le loro difese

Un teologo tra gli scioperanti

(Delf Bucher) Domenica 10 novembre 1918: sulla piazza del Fraumünster, a Zurigo, settemila lavoratori affrontano poco più di cinquanta soldati armati di mitragliatrici. È in corso la commemorazione, proibita, della Rivoluzione russa del 1917. L’ordine di evacuazione impartito dai militari viene ignorato dalla massa incollerita. Affamati dopo i lunghi anni di guerra, impoveriti dalla mobilitazione alla frontiera senza compensazione dei salari, ne hanno abbastanza della guerra e dell’esercito. Il comandante della piazza, Emil Sonderegger, ordina di sparare. E i colpi partono. Proiettili vaganti feriscono quattro manifestanti. Un colpo partito da una pistola non meglio identificata uccide un soldato.

Socialismo etico
Quel pomeriggio i colpi vengono uditi anche nell’abitazione di Leonhard Ragaz. Il professore di teologia raggiunge in fretta la terrazza del Grossmünster e osserva le scene che scatenarono lo sciopero generale di 100 anni fa. La folla si sta già disperdendo e la cavalleria si appresta a caricare.

Leonhard Ragaz (1868-1945)

Un teologo tra gli scioperanti

Poche ore dopo lo scoppio dello sciopero, Ragaz stese una dichiarazione che inizia con la frase: “Non consideriamo i fondamenti dell’ordine sociale dominante sbagliati e marci soltanto per motivi politici, sociali e economici, bensì anche e soprattutto per motivi religiosi. La fede in Cristo e nell’imminente regno di Dio, così come noi lo intendiamo, comprende tutte le più elevate e radicali promesse e richieste del socialismo”.
Una cosa era importante per lui: il socialismo doveva fondarsi su una “base spirituale ed etica” e quindi distinguersi chiaramente dalle “correnti che credono nella violenza” come il bolscevismo.

Per l’evangelo e contro la violenza
Quella domenica a Zurigo il Comitato di azione di Olten, composto da leader dei lavoratori svizzeri, impressionato dalla violenza militare, indice lo sciopero generale nazionale. Ragaz non partecipa allo sciopero. Protesta invece contro i soldati che con elmetti d’acciaio e baionette inastate pattugliano l’università. I suoi seminari di teologia sono poco frequentati. Alcuni studenti non scioperanti sono per strada a distribuire un supplemento della Neue Zürcher Zeitung nel quale si condannavano i disordini. Nel diario scrive, riferendosi ai suoi studenti di teologia, che non trova affatto piacevole “che rappresentanti del Vangelo parteggino in questo modo per le baionette e per i ricchi”.

Clara e Leonhard Ragaz-Nadig

Un teologo tra gli scioperanti

Tre anni dopo, Leonhard Ragaz lascia l’università e si trasferisce nel quartiere operaio di Aussersihl, dove insieme con la moglie Clara Ragaz-Nadig si dedica all’istruzione degli adulti.
Pochi giorni dopo la fine dello sciopero scrive un articolo per il mensile religioso-sociale “Neue Wege” [da lui fondato nel 1906, ndr.]. In esso equipara il potere dello Stato in Svizzera al sistema bolscevico. Perché, afferma, il governo svizzero è un’“autorità illegittima” che fonda il proprio potere sulla violenza.

Nessuna rivoluzione alla russa
Fu proprio l’impiego dell’esercito contro i lavoratori già in occasione dello sciopero generale di Zurigo del 1912 il fattore scatenante del fermo pacifismo di Ragaz, sostiene oggi la pastora Esther Straub. Per la consigliera sinodale zurighese, aderente al movimento religioso-sociale, che si identifica a tal punto nel pensiero di Leonhard e Clara Ragaz da considerarsi loro erede, l’attualità del teologo è indiscutibile. Perché il regno di Dio non è in un cielo lontano, ma “deve andare in scena qui, sulla terra”.

Un teologo tra gli scioperanti

Secondo Straub si può ricorrere a Ragaz anche per rispondere alla provocatoria tesi di Christoph Blocher, secondo il quale lo sciopero generale sarebbe stato lanciato, in Svizzera, come preludio di una rivoluzione “alla russa”. Ragaz era ben inserito nella rete dei lavoratori e aveva nettamente escluso quell’ipotesi. “Inoltre aveva giustamente affermato”, aggiunge Straub, “che i lavoratori svizzeri non avrebbero sopportato una dittatura del proletariato secondo il modello di Lenin per più di quattordici giorni”. (da reformiert.; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)

Fonte: http://www.voceevangelica.ch+

 

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Partito Comunista Italiano Federazione di Varese

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. -- Antonio Gramsci

Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

A cura del quacchero conservative Maurizio Benazzi

quaccheri e hutteriti in Italia

Io non vi chiamo più servi; perché il servo non sa quel che fa il suo signore; ma voi vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio (Gv 15,15)