Archive for 17 giugno 2019

E pensare che da anni siamo in questo vortice fra ricattatori di denaro e abusi di Facebook….

giugno 17, 2019

Facebook democrazia e affari

I problemi di Facebook non riguardano solo il comportamento dei cosiddetti “cattivi attori”, ciò che è in gioco è la democrazia

 in  media

Facebook democrazia e affari

(ve/cc) Durante le elezioni del 2016 la disinformazione politica ha proliferato su Facebook. Da allora il gigante dei social media è stato sulle difensive riguardo ai suoi effetti nocivi sulla democrazia. Di recente ha pubblicizzato i propri sforzi volti a perseguire gli individui che creano regolarmente  falsi account, promuovono discorsi di incitamento all’odio o violano in altri modi gli standard comunitari dell’azienda. Facebook fa spesso riferimento a questi trasgressori recidivi come “cattivi attori”.

Facebook democrazia e affari

I buoni e i cattivi
Anche se l’idea che pochi siano i cattivi attori e il resto di noi sia costituito da brave persone è fin troppo semplice, essa aiuta Facebook a inquadrare i suoi problemi di democrazia come bug in un sistema altrimenti benefico. In realtà questi problemi sono parte integrante dell’attività principale dell’azienda che consiste nell’attirare l’attenzione delle persone, raccogliere le loro informazioni personali e vendere il tutto agli inserzionisti. Disinformazione rivolta ai creduloni, pubblicità politica volta a fomentare pregiudizi e paura, la “bolla dei filtri” che elimina il dissenso dal vostro news feed – sono tutte indicazioni che Facebook funziona come previsto: mantiene i suoi utenti coinvolti, i suoi inserzionisti felici e le sue azioni redditizie.

Il danno che Facebook ha fatto alla democrazia è radicato proprio nelle cose che ne determinano il successo

Facebook democrazia e affari

Gran parte del successo di Facebook è stato ottenuto a spese di un pilastro della democrazia: il giornalismo d’informazione. Era così ancor prima che il traffico web degli editori di notizie morisse o vivesse in base ai capricci algoritmici di Facebook. Le fonti di notizie tradizionali sfruttano da tempo informazioni verificabili, controllate professionalmente. Ciò è in netto contrasto con quanto viene fornito da Facebook – eppure Facebook ha conquistato gran parte dell’attenzione dei consumatori e del business degli inserzionisti di cui un tempo beneficiava il giornalismo d’informazione. E infatti Facebook – dove è difficile sapere che cosa credere o quali voci manchino -, è oggi per molte persone la principale fonte di informazione.

Facebook democrazia e affari

Investire nella democrazia
Se a Facebook importasse della democrazia, dovrebbe investire in essa. Brooke Binkowski, una giornalista che ha analizzato il ruolo di Facebook nelle elezioni del 2016, ha fatto alcune proposte al riguardo. Scrivendo su “USA Today”, esorta Facebook a fornire agli utenti gli strumenti per scegliere se e come i suoi algoritmi debbano determinare ciò che vediamo. Dovrebbe stabilire regole ben definite contro la disinformazione e quindi abilitare dei moderatori a eliminare certi messaggi falsi, piuttosto che fare appello alla libertà di parola per tollerare la disinformazione e trarne profitto. E dovrebbe istituire un fondo per aiutare le redazioni locali a fare il loro lavoro.

Facebook democrazia e affari

Sostenere una stampa libera significa sostenere la libertà di parola

Facebook potrebbe fare una grande differenza per la democrazia se prendesse sul serio idee come queste. E anche il pubblico potrebbe fare una differenza – certo, più piccola – uscendo da Facebook e abbonandosi a un quotidiano.
L’azienda vuole che crediamo che si sta occupando dei “cattivi attori”, delle persone di cui non ci si può fidare che usino la rete come previsto. Ma considerato che il suo scopo è di attirare la nostra attenzione e, usando un algoritmo opaco, trasformarla in una quantità sempre maggiore di click e di denaro degli inserzionisti, non c’è ragione di fidarsi, almeno finché Facebook non farà cambiamenti più profondi. (in The Christian Century; trad. it. G. M. Schmitt; adat. P. Tognina)

meeting minutes

giugno 17, 2019

Meeting Minutes del 17-6-2019

PEACE
I will find
Peace today
If I pause
And quietly pray
David Herr

Pensare con la propria testa la stupidità. Decidere con la propria coscienza contro la banalità. Amare con il proprio cuore contro l’aridità

Pino Pellegrino

* 1922 Accordo internazionale per mettere al bando i gas velenosi

* Fine dell’aparetheind in Sudafrica

* Giornata internazionale  contro la desertificazione e la siccità

* Nasce  a Reims (Francia) la scrittrice  Luce d’Eramo

Una preghiera in silenzio per i rifugiati, in particolare quellli della rotta balcanica, e la giornata mondiale del 20 giusgno. Quello che potevo fare lo ho fatto volentieri come aiuto, il resto di affidiamo alle mani di Dio. Ciascuno offre ciò che può a One Bridge To Idomeni Onlus: info@onebridgetoidomeni.com

“Bisogna trovare e amare Dio proprio in ciò che ci dà

Dietrich Bonhoeffer

Davide Melodia, deceduto nel 2006

Nato a Messina 1920
Prigioniero di guerra: 1940-46
Maestro elementare: 1947-48
Pastore Evangelico battista: 1948-54
Maestro carcerario: 1957-61
Traduttore al giornale Il Giorno: 1961-68
Pittore 1959-75,  Insegnante privato Inglese:1969-75

Consigliere com. Verde Livorno:1986-87, 1990
Consigliere Prov. Verde  VCO: 1995-97
Presidente dei Verdi del VCO: 1999-2001

Pacifista Nonviolento; 1947, segg.
Eco-pacifista: 1967, segg.
Segretario Movimento Nonviolento: 1981-83
Segr.Lega Disarmo Unilaterale: 1979-83
Membro Mov. Int. Riconciliazione
Vegetariano 1972 segg.
Predicatore Evangelico: 1979 segg.
Quacchero: 1984 segg.

ARCOBALENO DI PACE

Tace.
Di fronte ai massacri,
alle angosce, alle paure,
alle fatiche atroci
delle marce forzate
e senza speranza,
di fronte al mancato asilo,
al mancato ascolto,
all abbrutimento del profugo,
del perseguitato,
alla disumanizzazione
di torturatori e torturati,
alle atrocità tutte
della guerra
il vile, l’ indifferente, l’ egoista,
tace,
e la guerra impazza.
L amante segreto della violenza,
in prima persona,
o in diretta televisiva,
tace ma esulta,
nutrendo le sue pulsioni
di morte.
E la guerra impazza.
Colpevoli o innocenti,
sotto la mannaia del boia
o della bomba pseudo intelligente,
cadono a migliaia in un sospiro
di odio e di dolore
perdendo a un tempo l’ appuntamento
con il presente ed il futuro
e Dio.

.
Uomini e donne, vecchi e bambini,
creati per vivere,
incontrano,
improvvisamente,
la morte.
Colpevoli son quelli
che la guerra l’ hanno scatenata,
dopo lungo lasso di tempo dedicato
a coltivare inimicizia e rancore
fra la gente.
Innocenti pure non sono
coloro che alla violenza rispondono
con pari violenza,
sì facendo ponendosi
sullo stesso piano
degli aggressori.
E sì facendo, tutti,
dei fabbricanti d armi
ingrossano le borse,
e tragicamente ingrassano
la terra dei campi minati.
La guerra è come un uragano
che esplode con potenza immane
su uomini e cose,
e fra i sopravvissuti libera
la violenza delle passioni
e delle azioni.
La pace, per converso,
assomiglia all arcobaleno
dopo la tempesta,
laddove e quando,
pei buoni uffici di gente
di buona volontà,
la guerra cessa.
Brillano allora,
nello spettro arcuato,
i colori dell iride di pace,
il bianco
per la Fede rinnovata nell umanità,
il verde
per la rinata Speranza,
il rosso
per il ritrovato Amore.
Chi ci impedisce
di far parte di quella schiera
di esseri umani
che pongono fine
alla violenza,
che s interpongono
fra l’ uno e l’ altro combattente,
che l’ uno e l’ altro invitano
ad una tavola rotonda,
sotto l’ arcobaleno,
in vista della Riconciliazione ?
E guerra e pace
sono proiezione
della volontà umana.
Sta a noi la scelta.

( Verbania, 29 marzo 1999 )

Invito a Verona

giugno 17, 2019

Testimonianza riportata sui nostri siti , mailing list e gruppi e pagine facebook:

#TRACCE

UN FURGONE CARICO DI SPERANZE

Lorenzo volontario di #onebridgetoidomeni è sceso in aprile al Community Center di #Sarajevo portando materiale raccolto dall’associazione a sostegno dei migranti che attraversano la rotta balcanica. Qui riportiamo un estratto della sua testimonianza.

E’ l’11 Aprile 2019, forse un giorno che non mi dimenticherò mai, ho appena passato la frontiera croato-bosniaca nella cittadina di Slavonski Brod e sto piangendo, non per dolore o delusione ma per felicità. Una felicità che è data dagli sforzi, impegni e sacrifici dei mesi precedenti, lacrime di gioia che scendono lentamente lungo il viso mentre sono alla guida del furgone carico di materiali per aiuti umanitari in direzione Sarajevo.
Con me ho più di 200 chili tra scarponi, sacchi a pelo, tende, berretti, guanti e calzini, tutti materiali che sono arrivati grazie a donazioni spontanee di gente comune, famiglie, amici, conoscenti e non; persone sconosciute che si sono presentate la domenica mattina sotto casa dicendo: “Ehi, ho visto tramite un amico che stai facendo una raccolta di beni da portare in Bosnia, questi sacchi a pelo potrebbero andare?”
Più che una raccolta di materiali è stata una raccolta di sorrisi, di raccomandazioni, di gesti e di incoraggiamenti; un vedere una flebile luce di speranza riprendere vigore in questo mondo, dove la paura e l’odio hanno molta più voce di gesti quotidiani di rispetto, di fratellanza, di umanità.

One Bridge To Idomeni purtroppo non è più presente sul territorio bosniaco ma i racconti dei nostri volontari restano un’importante testimonianza del nostro lavoro, della rilevanza che ha avuto sia per noi che siamo partiti, sia per le persone migranti che abbiamo potuto conoscere e aiutare quotidianamente.
Ogni storia è un documento prezioso poiché riporta una condizione, quella del volontario, che è tesa a cambiare una realtà che ci sta stretta, che può e deve essere diversa, migliore.
È dai piccoli gesti, dalla generosità e disponibilità nel portare un aiuto, che vogliamo vivere questo cambiamento.

Restiamo umani.

#tracce #testimonianza #volunteers #bosnia #opentheborders#noborders #wearehuman #welcomerefugees

#lascalalausiamoperscavalcareimuri #onebridgetoidomeni

62186355_1405465322929326_5808963995352170496_n

Dettagli

Pronti per la quarta edizione dell’evento organizzato da One Bridge To Idomeni per la Giornata Mondiale del Rifugiato.

Seguendo il tema dell’anno scorso – la coesione sociale: cosa comporta incontrare il migrante ed accoglierlo in città – il 20 giugno ci ritroveremo a Forte Sofia a per discutere di un sintomo che si sta manifestando in varie diramazioni della nostra città, ma non solo.

Parliamo del desiderio, di parte della cittadinanza, di riprendersi una potenza, uno spazio di decisione in alternativa al potere statale – la volontà di riappropriarsi di un’attività politica.

Quest’anno mostreremo come di fronte alle tragedie delle politiche nazionali, fondate sulla difesa di confini e la discriminazione, siano già in atto alcune esperienze capaci di rispondere alle domande: come reagire? Quali sono i nostri poteri? Come si possono esplicare?

Il titolo della giornata sarà: “stranieri-residenti: re-inventare le pratiche politiche fuori dalle istituzioni”

PROGRAMMA DELLA GIORNATA

16.30 – Apertura cancelli di Forte Sofia
17.30 – Dibattito con Fabrice Olivier Dubosc, Elly Schlein, Baobab Experience
18.30 – Aperitivo con DJ Leo (Leonardo Zanfretta)
19.45 – Cena Sri-lankese
20.45 – Inizio concerto con C+C=Maxigross, The Busters Crew DJ Eazy (Rasman JO Hallis) & Godspower di Stregoni network Verona
23.30 – Chiusura

APPUNTAMENTI

18.00 – Riproduzione in loop del documentatrio MIAA globalvillage
19.45 – Testimonianza in cima al forte con ivolontari One Bridge To Idomeni
20.00 – Performance artistica di Cibo

Con la partecipazione di :
Forte Sofia
Associazione Interzona
Associazione SDV
BogOn
Senegambia Youths Association
EMERGENCY Verona
Amnesty International – Italia
Amnesty International Verona
ANPI Verona
Frangipane ONLUS
Osservatorio migranti Verona
Monastero del Bene Comune
Africa’s friends
veronetta129
Associazione Le Fate onlus
Cooperativa Le Rondini Altromercato Verona – Commercio Equo e Solidale
Ronda della Carità Amici di Bernardo Onlus Verona
Libera Verona

Un ringraziamento speciale ad Eric Mangen Worx per il murales che è diventato l’immagine della locandina.

Economic growth: a short history of a controversial idea

giugno 17, 2019

16.06.2019 – Pressenza London

Economic growth: a short history of a controversial idea
(Image by Ioannis Ioannidis from Pixabay, CC by 2.0)

The relentless pursuit of GDP growth is being challenged from environmental and well-being standpoints. But where did the idea come from?

By Gareth Dale

The politics of economic growth are complex and contested as never before. In rich countries, rates of GDP growth have declined, decade after decade since the 1960s. The 2008 crash was deep, and the post-crisis recovery has been slow. This poses problems for governments, given that their ‘performance legitimacy’ requires some degree of popular approval of their perceived success in charting a growth path that satisfies the citizenry’s demand for goods and services. Where growth is low and governments choose to respond with austerity programmes, these bring additional misery and hardship — including tens of thousands of premature deaths in Britain alone.

In the same decades, growth scepticism has thrived. It takes two main forms: one highlights the impact of infinite growth on finite resources and on the natural environment. Recognition of the dangers of climate breakdown has transformed this debate – while mainstream opinion retains the traditional faith in growth, now refashioned as ‘green growth‘, the heretics are rallying to ‘degrowth‘.

The other emphasises the disconnect between growth and social well-being. The days are long gone when growth was seen as the fast track to general prosperity, as normal and natural as sunrise. It is well establishedthat the relationship between growth and well-being is partial at best. Such a correlation does exist, but weakens after a certain point — roughly speaking when per capita GDP exceeds $15,000. At higher levels, the translation of growth into improvements in health and well-being is tenuous. Other variables, notably levels of equality, are critical.

In combination, these developments have motivated the ‘Beyond GDP‘ agenda. Whether for reasons of growth scepticism or out of concern that if GDP growth remains slack governments’ performance legitimacy will suffer too, political leaders, civil servants and academics — among them Nicolas SarkozyJacinda ArdernGus O’Donnell, Joseph Stiglitz and Amartya Sen — are promoting alternative yardsticks.

To assess these debates it helps to dig into the history and morphology of the ‘growth paradigm’ — the belief that economic growth is good, imperative, essentially limitless, and the principal remedy for a litany of social problems – and ask the following: when and how did this paradigm originate?

From rain dance to Nasdaq

One response was offered in 1960 by Elias Canetti. In quasi-Nietzschean vein, he invoked a transhistorical ‘will to grow’. Humans are always striving for more. Whether the parent monitoring her child’s weight or the state official seeking to augment her power, or the community expanding its population, we all want growth. The desire to accumulate goods, the drive for economic growth, the wish for prosperity – they are all innate to human social being. Humans in groups are driven to seek increase: of their numbers, of the conditions of production, and of the products they require and desire. The very earliest homo sapiens sought the enlargement of their “own horde through a plentiful supply of children.” And later, in the age of modern industrial production, the growth drive came into its own.

“If there is now one faith, it is faith in production, the modern frenzy of increase; and all the peoples of the world are succumbing to it one after the other. … Every factory is a unit serving the same cult. What is new is the acceleration of the process. What in former days was generation and increase of expectancy, directed towards rain or corn, … has today become production itself.” A straight line runs from the rain dance to the Nasdaq.

But this is to confuse the wiring of our current economy with the wiring of the human brain. Canetti’s ‘will to grow’ doesn’t withstand scrutiny. The diverse behaviours he describes can’t be reduced to a single logic. The ‘will’ behind creating babies is quite unlike the will to accumulate acreage or gold. And the latter is relatively recent. For much of the human story, societies were nomadic or semi-nomadic, and organised in immediate-return systems. Stashes of food were set aside to tide the group over for days or weeks, but long-term storage was impractical. The accumulation of possessions would hamper mobility. The measures that such societies used to reduce the risks of scarcity centred not on accumulating stores of goods but on knowledge of the environment, and interpersonal relationships (borrowing, sharing, and so on). The moral economy of sharing necessitates a muscular egalitarianism that is undermined by the accumulation of property.

Logics of accumulation — and, in the loosest sense, growth — were not initiated until the Neolithic revolution. Its technological and institutional transformations included settled agriculture and storage, class division, states, warfare and territoriality, and, later, the invention of money. Population growth joined with class exploitation and interstate competition to expand the sway of agrarian empires. Farmers enlarged the ploughlands, scholars penned proposals for improving the organisation of agriculture or trade, merchants amassed wealth, and rulers, seeking to enlarge population and tribute, extended their domains. Only now — in the post-Neolithic age — did gold achieve its fetish quality as the source and symbol of power.

Scour the documents from ancient civilisations and you’ll find tales of competition for territory and the accumulation of property, but nothing that resembles the modern growth paradigm. No conception of ‘an economy’ that can grow, still less of one that tends to the infinite. And you’ll find little, if any, notion of linear historical progress. Instead, cyclical cosmologies prevailed. A partial exception is the fourteenth century polymath, Ibn Khaldun. He developed a sophisticated analysis of growth dynamics. But his ideas weren’t widely adopted, and his theory is cyclical: it describes negative feedback mechanisms that ensure any economic upticks will necessarily hit barriers and retreat.

When, then, did the modern growth paradigm originate — and why?

Petty’s arithmetic

The evolution of the growth paradigm was integrally connected to the capitalist system and its colonial thrusts. The basic link between the growth drive and capitalism is transparent. The latter is a system of competitive accumulation. The former, in suggesting that the system is natural and brings benefit also to the ‘99%’, provides ideological cover in that growth serves as an idealised and democratised redescription of capital accumulation. But there’s more to it than that. The capitalist transition was to a system of generalised commodity production, in which formal ‘productive’ economic activity takes the shape of commodities interacting through the price mechanism, in a regularised manner. If earlier political-economic thought had construed its subject as the affairs of the royal household, during the capitalist transition a new model emerged, with an interconnected market field posited as essentially outside the state.

In seventeenth-century England, just as the universe was being re-imagined by Newton et al as a machine determined by lawful regularities, the idea that economic behaviour follows natural laws became commonplace. By the close of the following century, Richard Cantillon had presented the market system as self-equilibrating, a machine that functions in a law-like manner; Quesnay’s Tableau had depicted the economic system as a unified process of reproduction; Adam Smith had theorised the dynamics of economic growth; and philosophers (such as William Paley) had developed the creed that steady economic growth legitimates the social system and renders system-critical demands unnecessary and dangerous.

The same centuries experienced a revolution in statistics. In the England of 1600, the growth paradigm could scarcely have existed. No one knew the nation’s income, or even its territory or population. By 1700 all these had been calculated, at least in some rough measure, and as new data arrived England’s ‘material progress’ could be charted. Simultaneously, the usage of ‘growth’ had extended from the natural and concrete toward abstract phenomena: the growth of England’s colonies in Virginia and Barbados, the ‘growth of trade,’ and suchlike.

But the capitalist transition revolutionised much more than the formal economy and economic concepts. As land came to be regarded as a commodity-like object, the idea — found to some degree in antiquity — that nature exists to serve the purposes of landowners and is fundamentally external to human beings, gained definition. The early-modern regimes of abstract social labour and abstract social nature (i.e. the constitution of labour and nature as commodities) were sustained by the scientific revolution, and also by the construction of capitalist time. Over centuries, time became flattened into an abstract, infinite and divisible continuum, one that permitted economic life to be re-imagined as subject to continuous growth and cultivation. Morality was upended, too, most significantly in the discarding of the age-old proscriptions against acquisitiveness.

The more that economic activity came to be marshalled behind the imperatives of capital accumulation, the more it became subject to regimes of ‘improvement’ and quantification. In Jacobean and Cromwellian England, these practices and discourses proliferated. Agrarian-capitalist improvement was fuelled by scientific discoveries. These, in turn, were spurred on by the navigational and martial demands of explorers, freebooters and conquerors. European settlers in the New World not only exterminated and subjugated ‘new’ peoples, but turned to objectifying and cataloguing them, drawing comparisons with their own kind and ‘improving’ them. ‘Improvement’ and its theologically-intoxicated transplantation to colonial locations generated new data and new demands for detailed knowledge. How profitable is this tract of land, and its denizens? How can they be made more profitable? Answering such questions was enabled by modern accounting techniques, with their sharper definition of such abstractions as profit and capital.

No surprise, then, that the first statistically rigorous accounting of the wealth of a country (as distinct from, say, a royal household) was conducted by a capitalist on a colonial mission. William Petty planted quantification at the heart of scientific economics, crafted to the purposes of English merchants and empire, and gaining ideological force from the sheen of objectivity with which economic statistics — or ‘political arithmetic’ as he termed it — comes coated. In his work the conquest of nature and the idea of nature as a machine, and of the economy as a productive engine, blended to produce a new concept of wealth as “resources and the productive power to harness them” in contrast to the mercantilist concept, centred on the accumulation of bullion.

Colonisation of the New World contributed powerfully to capital accumulation in Western Europe, but it also spurred Europe’s philosophers to elaborate a racialised progress ideology. The question of what to make of the peoples encountered in the Americas, and what implications followed from their property arrangements, stimulated a new reading of the human story: a narrative of social progress. From the vantage point of the colonialists, if ‘they’ were at the primitive stage, had ‘we’ once occupied it too?

Centred on a mythical ladder that climbs up from barbarism to civilisation, the progress idea hammered the diversity of human populations into a single temporal-economic chain. By indexing the richer and higher-tech nations (and ‘races’) as history’s vanguard, it justified their bossing of the rest. It was a manifesto that drummed out capital’s rhythms, and later found new forms as ‘modernisation theory,’ ‘the development project,’ and so forth, articulated through a grammar of ‘growth.’ Through its marriage to progress and development, in the belief that social advance requires a steady upward ratchet in national income, growth gained its ideological heft.

The globalisation of an ideology

In the nineteenth and twentieth centuries, the consolidation and globalisation of capitalist relations was accompanied by the growth paradigm. The first half of the twentieth century saw its definition sharpen. A pronounced shift occurred from a rather vague sense — long prevalent — that government should preside over economic ‘improvement’ and ‘material progress’ to an urgent conviction that promoting growth is a matter of national priority. Factors behind the shift included intensified geopolitical rivalry, and the increasing ‘muscularity’ of states, with their expanded bureaucratic apparatuses, surveillance systems and welfare provision, as well as the segue from the age of empires to that of nation states, a shift that helped consolidate the discourse of the ‘national economy.’ In many countries the expansion of suffrage was an additional factor: rights were extended and an infrastructure and ideology of national belonging was constructed with the aim of incorporating the lower orders as citizens into the body politic. With the Great Depression, restoring growth became an urgent project of states, and provided the context for the national income accounting that eventually led to GDP.

The acme of the growth paradigm was reached in the mid twentieth century. Growth was firmly established everywhere: in the state-capitalist economies of the ‘Second World,’ the market economies of the West, and the postcolonial world too. It became part of the economic-cultural furniture, and played a decisive part in binding ‘civil society’ into capitalist hegemonic structures — with social democratic parties and trade unions crucial binding agents. It came to be seen as the key metric of national progress and as a magic wand to achieve all sorts of goals: to abolish the danger of returning to depression, to sweeten class antagonisms, to reduce the gap between ‘developed’ and ‘developing’ countries, to carve a path to international recognition, and so on. There was a military angle too. For the Cold War rivals, growth promised geopolitical success. “If we lack a first-rate growing economy,” cautioned JFK on the campaign trail, “we cannot maintain a first-rate defense.” The greater the rate of growth, it was universally supposed, the lesser the economic, social and political challenges, and the more secure the regime.

The growth paradigm, I suggest, is a form of fetishistic consciousness. It functions as commodity fetishism at one remove. Growth, although the result of social relations among people, assumes the veneer of objective necessity. The growth paradigm elides the exploitative process of accumulation, portraying it instead as a process in the general interest. As Mike Kidron and Elana Gluckstein note, as a system of competition “capitalism depends on the growth of capital; as a class system it depends on obscuring the sources of that growth.”

For a long time, GDP growth was widely assumed to be the route to prosperity. Since then, cracks have appeared. In the rich world, we are beginning to realise that continuous GDP growth leads not simply to wealth and wellbeing, but to environmental collapse and barbecued grandchildren. But growth is not its own cause. GDP mirrors the power structure and form of value of capitalist society, but it doesn’t define the system’s core goal. That goal is the competitive accumulation of capital, and the accounting principles that guide it are those at the level of the firm, not the state. Put differently, the relentless increase in global resource throughput and environmental despoliation is not principally the result of states aspiring to a metric – higher GDP – but of industrial and financial firms, driven by market competition to expand turnover, develop new products, and increase profits and interest.

If the above analysis is correct, insofar as critical debates on growth focus solely on GDP while being coy about capital, they are enacting a form of displacement.


Yolanda - "Det här är mitt privata krig"

Kreativ text, annorlundaskap, dikter, bipolaritet, Aspergers syndrom, samhällsdebatt

Pioniroj de Esperanto

esplori la pasinton por antaŭenrigardi = esplorare il passato per guardare avanti

Haoyan Do

stories about English language and people in Asian communities in America and in Asia.

Il Blog di Roberto Iovacchini

Prima leggo, poi scrivo.

Luciana Amato

Parole e disincanto

friulimosaicodilingue

*più lingue conosci più vali*

Acquistaditutto.com

acquistionline,venditeonline,sport,casa,smartwatch,smartphone,iPhone,integratori,cucina,motori,pizza,pasta,

Giornalista Indipendente

Riproduzione Riservata - Testata Giornalistica n.168 del 20.10.2017

Nonapritequelforno

Se hai un problema, aggiungi cioccolato.

among Friends

the blog of four Quakers

Medicina, Cultura, e Legge

Articoli su Medicina, Legge e Diritto, ma anche Aforismi, Riflessioni, e Poesie. Autore: Stefano Ligorio

Quaker Scot

Occasional thoughts from Troon and beyond

Gioia per i libri

Recensioni - Poesie - Aforismi

Manuel Chiacchiararelli

Scrittore, Fotografo, Guida Naturalistica, Girovago / Writer, Photographer, Naturalist Guide, Wanderer

Pensieri spelacchiati

Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.