Archive for 12 luglio 2019

G. Fox

luglio 12, 2019

(Continua con la seconda e ultima parte del capitolo INTUIZIONE RELIGIOSA DI GEORGE FOX)

Quando G. Fox ebbe, nella sua angosciosa crisi giovanile, sperimentato appieno la vacuità di tutte le formole e dottrine delle Chiese e la loro importanza a riempire il vuoto immenso del suo spirito e dare un valore alla sua vita desolata, una intuizione religiosa originale affiorò in lui. “Udii una voce che mi disse: “ Vi è uno solo, Cristo Gesù , che possa dire una parola che faccia al tuo caso presente.” A queste parole il mio cuore sobbalzò di gioia… E di ciò ormai avevo l’esperienza… Vidi che la grazia di Dio che adduce la salvezza era apparsa a tutti gli uomini, e che la manifestazione dello Spirito di Dio era accordata ad ogni uomo, perché ne tragga profitto…. E questo io non vidi già con l’aiuto di uomini o per letture…., bensì nella luce del Signore Gesù Cristo e nel Suo immediato spirito e potere, PPUNTO COME I SANTI UOMINI DI Dio dai quali le Sacre Scritture furono scritte” (Giornale) E ancora: “ Non conoscevo Dio che per rivelazione , come Colui che possiede la chiave che aveva aperto il cuore , e lo apre”.

La più completa emancipazione dalla schiavitù della lettera delle Scritture fu da lui raggiunta, non già rigettando la dottrina della loro divina ispirazione, ma anzi collaudandola con la sua propria esperienza. “Perché io mi trovavo già in quello stesso Spirito dal quale le Scritture emanarono: e quello che il Signore mi rendeva internamente, io lo trovavo poi concordare con esso..”; “La gente possedeva, sì , le Scritture, ma non era pervasa da quella stessa luce, da quello stesso potere e spirito da cui erano penetrati coloro che le avevano dettate; e perciò essi non conoscevano giustamente né Dio, né Cristo, né le Scritture: né avevano l’unità reciproca, trovandosi privi del potere e dello spirito di Dio” (Giornale) Fox  proclamava così antifrasando il passo di Agostino: “Non crederei ai Vangeli se non me lo persuadesse l’autorità della Chiesa” – il canone complementare di credibilità: “ Non crederei alle Scritture, né alla Chiesa,se non credessi anzitutto alla mia propria personale intuizione religiosa”.

Sua Missione fu quindi di volgere il popolo non già alle Scritture, non già direttamente ad alcuna Chiesa o setta, ma “a quella luce a quella grazia e a quello spirito dentro di loro, per cui mezzo potessero conoscere la loro salvezza e la loro vita per andare a Dio: a quel divino Spirito che li introdurrebbe in ogni Verità, e che io sapevo infallibilmente non ingannerebbe alcuno” (Giornale) “Si da sentire la Sua presenza e possanza in mezzo ad essi nelle loro assemblee” ((Idem).

Questa nota della scoperta personale, e quindi della conoscenza e certezza diretta della Verità loro rivelata internamente dalla “Luce interiore” , dall’Io sublimale, senza bisogno di uscire da sé stessi – ma pur senza disconoscere il valore della “rivelazione” affiorata nelle altre coscienze umane nella storia – ritorna assiduamente in G. Fox e negli Amici: e ad essa nel Giornale si allude generalmente, con l’espressione “la verità eterna di Dio”, o semplicemente , “la verità” . “spalancate le porte alla luce da qualunque parte essa venga; consultate pur gli altri, ma più di tutti ascoltate l’oracolo che è dentro di voi” proclamerà poi W. Channing.

E’ vero che “gli Stati mistici non recano alcuna autorità, per il semplice fatto di essere mistici” – osserva in : La Conoscenza Religiosa. “Ma i più alti fra essi accennano a direttive, verso le quali inclinano i sentimenti religiosi anche nei no mistici. Essi parlano della supremazia dell’ideale, di immensità, di unione, salvezza, riposo, con l’autorità di chi possiede queste esperienze. Essi vi sono stati, e hanno visto. Invano il razionalismo protesta: giacché i nostri stessi giudizi più “razionali” si basano su di una testimonianza esattamente simile per natura a quella che i mistici citano in favore dei loro… Anche se i cinque sensi sono assenti in tali rivelazioni, esse …. Sono altrettanto immediate quanto qualunque sensazione per noi: sono cioè presentazioni dirette di ciò che appare immediatamente esistente. Il mistico è insomma invulnerabile…

“Egli era solo un teorico e non possedeva per esperienza ciò di cui parlava” è la critica radicale che G. Fox fa di un prete a cui “turò la bocca” , e di tutte le dottrine religiose  professate da chi non ne ha esperienza propria. Al pubblico, perciò, egli non pretende di trasmettere un suo messaggio personale; ma solo parla per “dirigere gli uomini dalle tenebre alla luce, alla grazia di Dio nel loro interiore, che li istruirebbe gratuitamente”. (Giornale). Quando , in America, gli giungerà la notizia che i magistrati di Rhode Island divisavano di raccogliere fondi per assicurarsi la sua opera di ministro residente fra loro, egli esclamerà : “E’ ora che me ne vada ; perché se il loro sguardo sarà così rivolto verso di me, o su chiunque altro di noi, essi non verranno al loro vero Maestro. Questo sistema di stipendiare ministri  ha già guastato tanti, impedendo che facessero fruttare essi stessi i propri talenti: mentre il nostro sforzo tende a condurre tutti gli uomini al loro Maestro dentro di sé (Giornale)

E qui la ragione e la base dell’accanita opposizione di G. Fox a degli Amici ad ogni forma di sacerdotalismo e di ministero stipendiato.

Continua con La luce interiore – mistica di G. Fox pag. 11 di 48

L’era di Greta

luglio 12, 2019

11.07.2019 – Guido Viale

L’era di Greta

Dobbiamo cominciare a contare gli anni a partire da prima e dopo Greta. Non che Greta Thunberg sia morta; è più viva che mai e speriamo che continui ad accompagnarci e guidarci nel nostro viaggio contro il cambiamento climatico, fino a una vera svolta. E nemmeno è necessario sostituire una nuova numerazione a quella di prima e dopo Cristo: va bene quella che c’è. Dobbiamo però prendere atto – a partire da ora, l’anno di Greta – di uno spartiacque che separa ciò che si è fatto finora da ciò che si deve fare da ora in poi.

I risultati della ricerca scientifica a cui Greta fa riferimento ci avvertono che “la nostra casa è in fiamme”. O quei risultati li contestiamo, non si sa su che basi, o ne prendiamo atto: la minaccia che incombe sulle nostre vite e sul nostro pianeta non è fantascienza e bisogna correre ai ripari. E subito. E non è poco: tutto o quasi quello che è stato fatto nel corso degli ultimi decenni o che è stato avviato o anche solo progettato nel corso degli ultimi anni va dismesso o ridisegnato radicalmente nel più breve tempo possibile. E tutto ciò che può consentire, in questo nuovo assetto dell’economia, il mantenimento di uno standard di vita decente – o la sua estensione a chi non lo ha mai avuto – va messo subito in campo. Di tutte le produzioni che dipendono direttamente o indirettamente dall’estrazione e dall’utilizzo dei combustibili fossili – pozzi, miniere, gasdotti e oleodotti, flotte, raffinerie, centrali termoelettriche, mezzi di trasporto di terra, mare e cielo – va programmata la dismissione in un numero di non più di dieci anni o la loro trasformazione, ove possibile, in soluzioni che possono essere alimentate con fonti energetiche rinnovabili. Le quali vanno promosse, insieme alla massima efficienza energetica, senza continuare ad alimentare un regime di spreco come quello in atto oggi. Edilizia e assetto dei territori vanno resi resilienti e meno energivori. La mobilità di cose e persone va riorganizzata integrando trasporto di massa e sistemi flessibili condivisi. L’agricoltura va ricondotta alla sostenibilità con l’adozione di sistemi naturali che restituiscano al suolo fertilità e capacità di assorbire carbonio. E si possono aggiungere (pare) mille miliardi di nuovi alberi ai tremila miliardi già esistenti; ovviamente, senza più deforestare.

Tutta la popolazione, o la maggioranza di essa, dovrà essere coinvolta in questi processi e i lavoratori il cui impiego verrà meno dovranno essere ricollocati nei settori della transizione – dove ci sarà posto per tutti, occupati e disoccupati di oggi – in modo che quel trasferimento sia una promozione economica e sociale. E’ una transizione tecnica, economica e sociale, ma soprattutto culturale e, ovviamente, psicologica, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, anche se spesso viene citato – giustamente – come termine di paragone lo sforzo bellico intrapreso allo scoppio della Seconda guerra mondiale nella riconversione dell’industria degli Stati Uniti.

E’ facile e quasi ovvio manifestare un forte scetticismo di fronte a queste prospettive: uno scetticismo che dipende dal fatto che ben pochi, soprattutto in Italia, sono informati della gravità della situazione, ma soprattutto dal fatto che la radicalità e l’estensione dei cambiamenti da realizzare spaventano e paralizzano, spingendo i più all’inerzia. Ma presto cambieranno idea, e dobbiamo adoperarci perché non lo facciano troppo tardi. Se le rilevazioni hanno ormai messo in rotta i “negazionisti climatici” in tutta la comunità scientifica (a dire il vero, non sono mai stati un gran che, anche se di recente anche Franco Piperno ha voluto aggiungere il suo nome a quello del prof. Antonino Zichichi, che capeggia la squinternata pattuglia italiana dei negazionisti climatici), pullulano però nel mondo della “politica” e dell’informazione coloro che considerano la minaccia del cambiamento climatico niente altro che un’arma di “distrazione di massa” rispetto ai problemi sociali ed economici che incombono; esattamente come si sta facendo da tempo, soprattutto “a sinistra”, nei confronti delle migrazioni.

Che costituiscono invece, nonostante il calo drastico degli arrivi (gli altri, quelli che “non arrivano più” e non sono ancora annegati, sono tutti rinchiusi, a milioni, nei lager libici o nelle bidonville turche e degli altri paesi di transito, in attesa che quei regimi facciano “libera tutti” per ricattare l’Europa), il principale problema sociale, il maggiore terreno di scontro politico e culturale e, verosimilmente, il fronte più radicale del conflitto di classe del nostro tempo; anche se esso non si svolge più nelle forme tradizionali del movimento operaio. Ma dal modo in cui viene affrontata “la questione migranti” dipende l’esito di tutti gli altri conflitti sociali che interessano la nostra epoca: in fabbrica, sul lavoro, nel territorio, nella cultura. Ma la questione migranti è a sua volta indissolubilmente legata alla lotta contro il cambiamento climatico, sotto il cui ombrello si raccolgono tutti gli altri problemi: quelli relativi all’oggetto di tutti i conflitti, che è la giustizia sociale e la riappacificazione della specie umana con la Terra che la ospita, e quelli relativi ai “soggetti”, ovvero agli attori, di quei conflitti: perché se si dimentica – si lascia indietro, o si considera un ingombro – l’esistenza di milioni di esseri umani cacciati dalle loro terre dalla prepotenza del sistema economico a cui tutti siamo soggetti, è veramente difficile anche solo pensare di poterne venire a capo.

E’ evidente allora qual è la priorità assoluta dell’era Greta: fare informazione e aprire un dibattito vero in tutte le sedi – scuole, università, fabbriche, aziende, quartieri, istituzioni – capace di inserire i problemi e le aspirazioni della vita quotidiana di ognuno dentro l’orizzonte spaziale (il pianeta tutto) e temporale (non più di 10-15 anni) del cambiamento climatico.

Meeting Minutes

luglio 12, 2019

Meeting Minutes del 12 luglio 2019

Il Signore dice: «se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia» (Esodo 19,5)

CHOICE

The best choice
We can make
Is when God
Guides the path we take
David Herr

Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno

Henry David Thoreau

* 1536 Muore Erasmo da Rotterdam

* 1817 Nasce  a Concord Henry David Thoreau , autore del saggio su “La disobbedienza civile”

“Colui che cerca il proprio onore, non cerca più Dio e il prossimo”

D.Bonhoeffer

Vi ricordiamo che in fondo alla pagina ogni giorno appare la dicitura automatizzata Annulla iscrizione – Basta cliccare.

Join the CIA: Travel the World Passing Out Nuclear Blueprints

luglio 12, 2019

12.07.2019 – David Swanson

Join the CIA: Travel the World Passing Out Nuclear Blueprints

By David Swanson

In the year 2000, the CIA gave Iran (slightly and obviously flawed) blueprints for a key component of a nuclear weapon. In 2006 James Risen wrote about this “operation” in his book State of War. In 2015, the United States prosecuted a former CIA agent, Jeffrey Sterling, for supposedly having leaked the story to Risen. In the course of the prosecution, the CIA made public a partially redacted cable that showed that immediately after bestowing its gift on Iran, the CIA had begun efforts to do the same for Iraq. Now in 2019, Sterling is publishing his own book, Unwanted Spy: The Persecution of an American Whistleblower.

I can only make sense of one reason why the CIA hands out blueprints for nuclear bombs (and in the case of Iran planned to deliver actual parts as well). Both Risen and Sterling claim that the goal was to slow down Iran’s nuclear weapons program. Yet we now know that the CIA had no solid knowledge that Iran had any nuclear weapons program, or if it had one how advanced it was. We know that the CIA has been involved in promoting the false belief that Iran is a nuclear threat since the early 1990s. But even assuming that the CIA believed Iran to have a nuclear weapons program in 2000 (which the 2007 U.S. National Intelligence Estimate would later claim had been ended in 2003), we have not been offered any explanation of how providing flawed blueprints could have been imagined to slow such a program down. If the idea is supposed to be that Iran or Iraq would simply waste time building the wrong thing, we run up against two problems. First, they would likely waste vastly more time if working without plans, as compared to working with flawed ones. Second, the flaws in the plans given to Iran were obvious and apparent.

When the former-Russian assigned to deliver the blueprints to the Iranian government immediately spotted the flaws in them, the CIA told him not to worry. But they didn’t tell him that the flawed plans would somehow slow down an Iranian nuclear weapons program. Instead they told him that the flawed plans would somehow reveal to the CIA how far along Iran’s program was. But how that would happen has never been explained either. And it conflicts with something else they told him, namely that they already knew how far along Iran was and that Iran already had the nuclear knowledge that they were providing. My point is not that these assertions were true but that the slow-them-down rationale was not attempted.

One never wants to underestimate incompetence. The CIA knew next to nothing about Iran, and by Sterling’s account was not seriously trying to learn. By Risen’s account, around 2004 the CIA accidentally revealed to the Iranian government the identities of all of its agents in Iran. But incompetence does not seem to explain a consciously thought-out effort to distribute nuke plans to designated enemies. What does seem to explain it better is the desire to point to the possession of those plans, or of the product of those plans, as evidence of a hostile threat of “weapons of mass destruction,” which, as we all know, is an acceptable excuse for a war.

That we are not entitled to find out, even 20 years later, whether giving nuke plans to Iran was incompetence or malevolence, or to ask Bill Clinton or George W. Bush why they approved of it, is itself a problem that goes beyond incompetence and into the realm of anti-democratic tyrannical governance by secret agencies.

We have no possible way of knowing a complete list of countries the U.S. government has handed nuclear weapons plans to. Trump is now giving nuclear weapons secrets to Saudi Arabia in violation of the Nonproliferation Treaty, his oath of office, and common sense — though we must, of course, defer to the wisdom of Nancy Pelosi and recognize that nothing Trump does could possibly be impeachable. The silver lining is that whistleblowers on giving nukes to the Saudis have apparently been listened to by certain members of Congress who have gone public with the information. Whether the difference is the individuals, the committees, the sides of Capitol Hill, the party in the majority, the party in the White House, the involvement of the CIA, the general culture, or the nation being given the keys to the apocalypse, the fact is that when Jeffrey Sterling went to Congress to reveal the giving of nukes to Iran, Congress Members either ignored him, suggested that he move to Canada, or — with horrible timing — died before doing anything.

Sterling’s new book, Unwanted Spy, includes very little about Operation Merlin, the plot to give nukes to Iran. The book is well worth reading for other reasons. But Sterling does tell us on page 2 that he did not leak the story to James Risen or anyone else. Later in the book he tells us that he took the story to Congressional committee staff with the proper clearance and oversight responsibilities.

In a world that was even slightly sane Sterling’s assertion that he did not leak the story to Risen might risk endangering others. Sterling has already been to prison for what I consider an admirable act of public service but the U.S. government considers the crime of “espionage.” But prosecutions for crimes in our culture are almost never desired once someone has been convicted, even if it was the wrong someone. Sterling has asserted his innocence consistently from day one. Sterling later in the book promotes the idea that one of the Congressional staff members he spoke to may have leaked the story to Risen (so he’s clearly not worried about any new prosecutions). And if you read through Sterling’s whole book, the possibility arises in your mind that the purpose of the prosecution of Jeffrey Sterling may have been as much about targeting Sterling over other matters as it was about pinning the blame on someone for Risen’s story.

Of course, assuming that it is true that Sterling was not Risen’s source, someone else was, someone who allowed Sterling to go to prison in his or her place. And, of course, Risen kept silent as well. Perhaps his promise of confidentiality to his source justified that silence. Perhaps all parties involved had little reason to believe they could help Sterling effectively, even if they tried, given the fact that he was targeted and convicted in the absence of any evidence he committed the whistleblowing.

Sterling’s book takes us from his childhood up through his trial. It provides an insightful account of how a boy and young man dealt with growing up black in the United States, and growing up with a troubled family and more than his share of serious hardship. From early on, Sterling writes that he had a deep desire to know what his country thought of him. With the guilty verdicts at his trial, he believes he’s finally been given the ugly answer.

Whether it would have helped him or not, I do not know, but I would have tried offering the advice, on the chance that it might help, that one ought not to care too much what an imaginary and fictional entity thinks of one. A country has no thoughts. It’s not a person. What do people think of you? Even that question can be given too much weight, but Sterling seems capable early on of keeping it in check. I wish he could have done the same with the less useful question of what his country thought of him.

I even wish he had not tried to “serve” his country by going to work for a secret agency which, through the course of his account, and every other account I’ve read, is never recorded as having done anything useful, much less enough good to outweigh the harm.

I’m not criticizing Sterling for joining the CIA. He was up against racist prejudice in trying to find satisfying employment. The CIA was advertising itself as diverse and enlightened, and as a way to see the world, in addition to promoting the militaristic nationalism in which not just Sterling but darn near every U.S. child believes. When Sterling, who had grown up in a small town in Missouri, took the job at the CIA, he moved to my hometown in Northern Virginia. He found the locale in some ways more advanced, and more welcoming of his inter-racial marriage. I’m sorry Sterling didn’t grow up there and that I didn’t know him; he’s within a couple of years of my age.

But where Sterling ran up against racism most severely was not in Missouri, but in Northern Virginia within the bureaucracy of the CIA. He found there a rightwing culture that had not accepted the idea of racial equality, and as far as we know still hasn’t. His career was stymied by supervisors who blocked his way and were none too subtle about the reasons why. He was told that he couldn’t do certain work in Europe because he’d stand out too much being black. He’d been to Africa and seen all-white CIA offices whose members might as well have worn signs around their necks. When he complained he was informed that by joining the CIA he had given up his civil rights.

Sterling didn’t accept that. He went through all available channels to overcome discrimination. And that made him a target for retribution. The retribution was overwhelming, and Sterling suffered. He attempted suicide. And the worst was yet to come.

Yet Jeffrey Sterling persevered remarkably. He remade himself. He faced disaster head-on. One thing that he writes gave him a major boost was the supportive letters that people mailed him while he was in prison. It’s worth remembering how often people who’ve been to prison say this. Next time you sit down to write to a Congress Member or a friend or a relative, maybe consider writing to a prisoner as well.


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