Archive for 23 agosto 2019

Venti di scontro…dopo la guerra dei dazi alla Cina

agosto 23, 2019

Trump provoca la Cina: gli Usa venderanno cacciabombardieri a Taiwan

Dai dazi alle armi. Per la Cina si tratta di una violazione della politica «Una sola Cina». La vendita avviene in un momento molto delicato delle relazione tra Taipei e Pechino

Tsai Ing-Wen, presidente di TaiwanTsai Ing-Wen, presidente di Taiwan

© LaPresse

Simone PieranniIl Manifesto

EDIZIONE DEL22.08.2019

PUBBLICATO21.8.2019, 23:59

Le vicende di Hong Kong hanno finito per oscurare un «fronte» importante nell’attuale relazione tra Cina e Stati uniti. Si è parlato poco di Taiwan, isola che la Cina considera «ribella» e che fa rientrare all’interno della politica «Una sola Cina» rispettata, almeno a parole, anche dagli Stati uniti.

Il problema è che gli Usa, impegnati in modo formale a difendere militarmente l’isola dove si rifugiarono i nazionalisti cinesi dopo la vittoria di Mao e dei comunisti nel 1949, hanno annunciato la vendita di 66 cacciabombardieri F-16 a Taiwan, a fronte dell’aumento delle spese per la difesa da parte di Taipei.

Si tratta di una provocazione molto grave, che non giova alla questione ancora aperta dei dazi e che soprattutto non tiene conto delle rivendicazioni cinesi su Taiwan, attutite dalla volontà da parte del Pcc di mantenere fede all’impegno – per ora – di non provare un’unificazione grazie all’uso della forza. Ma ovviamente per la Cina quella degli Stati uniti è un’ingerenza difficile da digerire: la scorsa settimana sulle pagine del Quotidiano del popolo un articolo intitolato «Bisognare riunificare la Madrepatria» ricordava proprio la questione ancora aperta di Taiwan.

La scadenza del 2049, il centenario della Repubblica popolare, viene considerato come un termine all’interno del quale potrebbe risolversi anche la questione dell’«isola ribelle». Rimane la sensazione che Trump non sappia di maneggiare un argomento molto delicato: appena eletto chiamò la presidente di Taiwan, un gesto che a Pechino non hanno dimenticato.

Bisogna ricordare, del resto, che questa vicinanza con gli Usa di Taiwan è stata via via complicata dalla forte presenza economica cinese sull’isola, realizzata attraverso un accordo di libero scambio che aveva fiaccato e non poco le istanze più indipendentiste dell’isola.

Alla novità di natura militare va affiancato inoltre un momento già teso tra Pechino e Taipei in vista delle prossime elezioni presidenziali nell’isola di gennaio: a inizio agosto la Cina ha sospeso le autorizzazioni per i viaggi per turismo a Taiwan.

Meeting Minutes

agosto 23, 2019
Meeting minutes
 
La grazia a buon mercato è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato.
 
Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; la signoria regale di Cristo, per amore del quale l’uomo strappa da sé l’occhio che lo scandalizza; la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela.
 
Grazia a caro prezzo è il vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve sempre di nuovo bussare. È a caro prezzo, perché chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché costa all’uomo il prezzo della vita, è grazia, perché proprio in tal modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore.
 
La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata cara a Dio, perché gli è costata la vita di suo Figlio «siete stati riscattati a caro prezzo» (1Cor 6,20) e perché non può essere a buon mercato per noi ciò che è costato caro a Dio. E’ grazia soprattutto perché Dio non ha ritenuto troppo elevato il prezzo di suo Figlio per la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia a caro prezzo è l’incarnazione di Dio.

Non hanno i soldi per spegnere gli incendi….

agosto 23, 2019

Dietro agli incendi dell’Amazzonia ci sono le disastrose politiche del governo brasiliano

22.08.2019 – Amnesty International

Dietro agli incendi dell’Amazzonia ci sono le disastrose politiche del governo brasiliano
(Foto di Marcelo Camargo/Agência Brasil, Wikimedia Commons)

Commentando gli incendi in corso nella foresta pluviane dell’Amazzonia, il segretario generale di Amnesty International Kumi Naidoo ha dichiarato che le disastrose politiche del presidente del Brasile Jair Bolsonaro e del suo governo hanno aperto la strada all’attuale crisi.

La responsabilità di spegnere gli incendi che divampano ormai da settimane ricade sul presidente Bolsonaro e sulla sua amministrazione”, ha aggiunto Naidoo.

Nei mesi scorsi avevamo denunciato le invasioni illegali delle terre e gli attacchi incendiari prossimi ai territori delle popolazioni native, come nello stato di Rondônia, dove sono in corso molti degli incendi”, ha proseguito Naidoo.

Nelle zone che abbiamo visitato quest’anno, la deforestazione è raddoppiata rispetto al 2018 a causa delle attività di coloro che invadono illegalmente i territori, abbattendo alberi, appiccando incendi e attaccando le comunità native”, ha denunciato Naidoo.

Nonostante tutto questo, il presidente Bolsonaro ha intenzionalmente cercato di indebolire la protezione della foresta pluviale e compromettere i diritti di un milione di nativi che vi vivono. Quando persino la città di São Paulo, che dista migliaia di chilometri dall’Amazzonia, è stata avvolta dal fumo degli incendi, il presidente ha cercato di diffamare le Ong sostenendo che fossero state loro ad appiccare gli incendi“, ha commentato Naidoo.

Invece di diffondere vergognose menzogne o di negare la dimensione della deforestazione, il presidente Bolsonaro dovrebbe assumere iniziative immediate per fermare l’avanzata degli incendi. Questo è fondamentale per proteggere il diritto a un ambiente salubre e quello alla salute, considerato l’impatto che gli incendi stanno avendo sulla qualità dell’aria in ampie zone del Brasile e dei paesi vicini”, ha replicato Naidoo.

Al resto del mondo che chiede cosa fare per proteggere l’Amazzonia, chiediamo di partecipare alle campagne per proteggere i diritti dei popoli nativi e impedire ulteriori deforestazioni. Per loro, l’Amazzonia non è solo il polmone del mondo, è la loro casa“, ha concluso Naidoo.

White nationalists’ extreme solution to the coming environmental apocalypse

agosto 23, 2019

22.08.2019 – Pressenza London

White nationalists’ extreme solution to the coming environmental apocalypse
Memorial for the El Paso shooting victims (Image by ruperto miller from ´panama, panama • CC0, Wikipedia)

Alexandra Minna SternUniversity of Michigan for The Conversation

White nationalists around the world are appropriating the language of environmentalism.

The white nationalist who allegedly massacred 22 people in El Paso in early August, Patrick Crusius, posted a four-page screed on the chatroom 8chan. In it, the shooter blames his attack on the “Hispanic invasion of Texas” and the impending “cultural and ethnic replacement” of whites in America.

Crusius also refers directly to the lengthy manifesto written by Brenton Tarrant, who allegedly murdered 52 in March in attacks motivated by Islamophobia on mosques in Christchurch, New Zealand.

The Christchurch shooter called himself an “ecofascist” who believes there is no “nationalism without environmentalism.” The El Paso shooter titled his rant “An Inconvenient Truth,” apparently in reference to Al Gore’s 2006 documentary warning about the dangers of climate change. He also praised “The Lorax,” Dr. Seuss’ classic story about deforestation and corporate greed.

The prominence of environmental themes in these manifestos is not an oddity. Instead, it signals the rise of ecofascism as a core ideology of contemporary white nationalism, a trend I uncovered when conducting research for my recent book, “Proud Boys and the White Ethnostate: How the Alt-Right Is Warping the American Imagination.”

The roots of ecofascism

Ecofascists combine anxieties about the demographic changes they characterize as “white extinction” with fantasies of pristine lands free of nonwhites and free of pollution.

Ecofascism’s roots trace back to early 1900s when romantic notions of communion with the land took hold in Germany. These ideas found expression in the concept of “lebensraum” or living spaces, and in attempts to create an exclusive Aryan fatherhood in which “blood and soil” racial nationalism reigned supreme. The concept of lebensraum was integral to the expansionist and genocidal policies of the Third Reich.

There is a long thread that ties xenophobia to right-wing environmentalism. In the U.S., strains of ecofascism appeared in the incipient environmental movement, espoused by racialists like Madison Grant, who in the 1920s championed the preservation of native flora including California’s redwood trees, while demonizing nonwhite immigrants.

After World War II, in the name of protecting forests and rivers, nativist organizations opposed to arrivals from non-European countries stoked fears of overpopulation and rampant immigration.

A meme popular online among the far-right and ecofascists is “save trees, not refugees.” Often ecofascist memes take the form of emojis like the popular Norse rune known as Algiz, or the “life” rune. This rune, favored by Heinrich Himmler and the SS, is one of many alternative symbols to swastikas that circulate online to dog whistle neo-Nazism allegiances.

Deep ecology

Many ecofascists today gravitate toward “deep ecology,” the philosophy developed by the Norwegian Arne Naess in the early 1970s. Naess wanted to distinguish “deep ecology,” which he characterized as reverence for all living things, from what he viewed as faddish “shallow ecology.”

Jettisoning Naess’ belief in the value of biological diversity, far-right thinkers have perverted deep ecology, imagining that the world is intrinsically unequal and that racial and gender hierarchies are part of nature’s design.

Deep ecology celebrates a quasi-spiritual connection to the land. As I show in my book, in its white nationalist version only men – white or European men – can truly commune with nature in a meaningful, transcendent way. This cosmic quest fuels their desire to preserve, by force if necessary, pure lands for white people.

White nationalists today look to the Finnish ecofascist Pentti Linkola, who advocates for stringent immigration restriction, “the reversion to pre-industrial life ways, and authoritarian measures to keep human life within strict limits.”

Reflecting on Linkola’s ideas, the white nationalist webzine Counter-Currents impels white men to take ecofascist action, saying that it is their duty to “safeguard the sanctity of the Earth.”

Why partisan labels don’t apply

This background helps to explain why the Christchurch shooter called himself an “ecofascist” and discussed environmental issues in his rambling screed.

The El Paso shooter offered more specific examples. In addition to mentioning the “The Lorax,” he criticized Americans for failing to recycle and for wanton waste of single-use plastics.

Their crusade to save white people from erasure through multiculturalism and immigration mirrors their crusade to preserve nature from environmental destruction and overpopulation.

The conventional wisdom in the public is that environmentalism is the province of liberals, if not of the left, with its commitments to environmental justice and carbon neutrality.

Yet the ubiquity of environmental concerns among white nationalists shows that distinctions between liberal and conservative are not necessarily germane when assessing the ideologies of the far-right today.

If current trends continue, the future will be one of intensified global warming and extreme weather patterns. There will be an increase in climate refugees, often seeking respite in the global north. In this context, I think that white nationalists will be primed to merge the prospect of climate calamities with their anxieties about white extinction.

Census projections indicate that around 2050 the U.S. will become a majority nonwhite country. For white nationalists, this demographic clock ticks more loudly each day. Both the Christchurch and the El Paso shooters invoke the “Great Replacement” theory, or the distorted idea that whites are being demographically outnumbered, to the point of extinction, by immigrants and racial others.

Given the patterns I see emerging, I believe that the public needs to recognize ecofascism as a dangerous cloud gathering on the horizon.

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Alexandra Minna Stern, Professor of American Culture, History, and Women’s Studies, University of Michigan

This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.


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