Archive for ottobre 2019

Meeting Minutes

ottobre 13, 2019

Meeting Minutes del 14-10-2019: buona settimana

Preghiamo per le vittime delle stragi del sabato sera (non finisce mai l’elenco….)  e i loro cari nel dolore e per la paladina delle donne Hevrin Khalaf, giustiziata dai miliziani filo turchi in Siria e tutte le vittime civili inermi, nella guerra in corso.

Salmo 5

1 Al maestro del coro. Per flauti. Salmo. Di Davide.
2 Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole:
intendi il mio lamento.
3 Ascolta la voce del mio grido,
o mio re e mio Dio,
perché ti prego, Signore.
4 Al mattino ascolta la mia voce;
fin dal mattino t’invoco e sto in attesa.
5 Tu non sei un Dio che si compiace del male;
presso di te il malvagio non trova dimora;
6 gli stolti non sostengono il tuo sguardo.
Tu detesti chi fa il male,
7 fai perire i bugiardi.
Il Signore detesta sanguinari e ingannatori.
8 Ma io per la tua grande misericordia
entrerò nella tua casa;
mi prostrerò con timore
nel tuo santo tempio.
9 Signore, guidami con giustizia
di fronte ai miei nemici;
spianami davanti il tuo cammino.
10 Non c’è sincerità sulla loro bocca,
è pieno di perfidia il loro cuore;
la loro gola è un sepolcro aperto,
la loro lingua è tutta adulazione.
11 Condannali, o Dio, soccombano alle loro trame,
per tanti loro delitti disperdili,
perché a te si sono ribellati.
12 Gioiscano quanti in te si rifugiano,
esultino senza fine.
Tu li proteggi e in te si allieteranno
quanti amano il tuo nome.
13 Signore, tu benedici il giusto:
come scudo lo copre la tua benevolenza.

Dentro di me c’è una melodia che a volte vorrebbe tanto essere tradotta in parole sue. Ma per la mia repressione, mancanza di fiducia, pigrizia e non so che altro, rimane soffocata e nascosta. A volte mi svuota completamente. E poi mi colma di nuovo di una musica dolce e malinconica.

Diario di Ettty Hillesum

Chi non riesce ad ascoltare a lungo e pazientemente chiacchererà vuotamente sempre d’altro , e infine non si fisserà più su nulla.

Dietrich Bonhoeffer

* Sukkot 1* giorno – Festa delle Capanne (ebraismo) – Non dimentichiamoci come cristiani di ricordarci spesso nelle preghiere contro l’antisemitismo ancora presente in Europa.

* 1817 muore a Parigi Madame de Stael.

Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.

Fedor Dostoevskij

Sostegno agli attivisti di Extinction Rebellion in sciopero della fame

ottobre 13, 2019

13.10.2019 – Roma – Redazione Italia

Sostegno agli attivisti di Extinction Rebellion in sciopero della fame

Lettera al Presidente del Consiglio Conte dei promotori dell’appello sull’emergenza climatica.

Gentile Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte

Esprimiamo il nostro affettuoso e convinto sostegno ai giovani e coraggiosi attivisti digiunatori di Extinction Rebellion (XR) italiani che, al pari di noi, ma con più determinazione di noi, rivendicano la dichiarazione dello stato di emergenza climatica ed ambientale presidiando, da lunedì 7 ottobre piazza Montecitorio, in connessione con una “settimana di ribellione internazionale all’estinzione”.

Li  abbracciamo e li ringraziamo nella nostra qualità di promotori dell’appello lanciato lo scorso aprile sull’emergenza da dichiarare, suscitatore a suo tempo di mozioni parlamentari in tal senso; appello che si può ancora firmare on line su:  https://www.petizioni.com/dichiarazione-emergenzaclimatica.

Quello che sottolineiamo, di fronte alle tante prese di posizione istituzionali di questi giorni sulla emergenza climatica, per lo più puramente retoriche e di comodo da parte di politici in cerca di pubblicità, è che la meta delle emissioni zero di CO2, indicata dagli accordi ONU di Parigi, è sì importante, ma ancora più importante è sapere indicare i percorsi concreti di misure e piani da attivare subito per raggiungerla: il nostro appello dava dei contributi in questo senso recepiti in buona parte dalla mozione presentata da Loredana De Petris (prima firmataria) al Senato e che il voto parlamentare lo scorso giugno ha respinto.

La nostra aggiunta nonviolenta rispetto alla tradizione ambientalista è in particolare il riferimento all’opposizione al rischio nucleare, sia militare che civile. Il nucleare come sistema della deterrenza è la massima espressione dell’attività bellica (quindi tra le principali fonti emissive); ed il ciclo del combustibile, anche esso di possibile uso militare, con la sua eredità di scorie radioattive non smaltibili, basta da solo a mettere a rischio la sopravvivenza umana. Allora anche qui ci confrontiamo con una vera emergenza che dobbiamo cominciare a neutralizzare, sul lato militare, aderendo come Paese al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN). Sul lato civile: in linea con il voto referendario del popolo italiano, nel 1987 e nel 2011, riteniamo che occorra essere coerenti con il giudizio che la tecnologia delle centrali elettronucleari sia parte del problema ecologico e per niente affatto soluzione di esso. E ci sono manovre della lobby nucleare in tal senso da denunciare e respingere, come ad esempio attesta il voto del consiglio UE del 25 settembre scorso: l’energia nucleare addirittura viene proposta alla classificazione tra quelle “sostenibili” da finanziare!

Nel riempire di contenuti i percorsi verso la conversione ecologica riteniamo essenziale, anche in ciò sintonici con le mobilitazioni giovanili e nonviolente, il ruolo della partecipazione popolare nella progettazione e nel controllo degli interventi. E riteniamo importante da parte nostra sottolineare che vediamo il coinvolgimento della base dei cittadini come inveramento, e non stravolgimento, dell’impianto della democrazia delineato dalla Costituzione nata dalla Resistenza antifascista.

Ci auguriamo che l’iniziativa dei digiunatori, giunta nel momento giusto  in direzione di un efficace impegno di sensibilizzazione del pubblico, abbia ulteriori momenti sviluppi positivi, dopo il notevole risultato di aver incontrato il ministro dell’ambiente Sergio Costa: e aiuti a riaprire la partita della dichiarazione di emergenza climatica ed ecologica. Il presidente del Consiglio riceva i ragazzi soddisfacendo la richiesta per la quale essi hanno deciso di continuare lo sciopero della fame ad oltranza!

Manifestiamo a questo proposito la disponibilità a concordare e percorrere con XR tratti di cammino insieme per predisporre e qualificare situazioni e tratti di una comune strategia di lotta nonviolenta, includente forti azioni di disobbedienza civile di massa.

A nostro giudizio, dobbiamo focalizzare e superare l’intreccio ignorato tra emergenza ecologica e emergenza nucleare, mirando ad un mondo in cui la giustizia sociale avanzi globalmente e si organizzi per contenere e sconfiggere le brame di potere e l’avidità della ristretta oligarchia straricca, concentrata nel Nord planetario, alla base del sistema che sta provocando la sesta estinzione di massa.

Ai giovani digiunatori, costruttori del futuro per cui ci battiamo, dovremmo comunicare tutti di essere felici di condividere il loro motto: facciamo emergere le verità sulle crisi che stiamo vivendo, agiamo subito e animiamo ed organizziamo il coinvolgimento attivo della gente!

Esortazioni che  risulteranno tanto più credibili se c’è chi riesce a mettere sul piatto della bilancia il peso dei “persuasi”: quelli che per le loro idee sono disposti a sacrificarsi, a pagare di persona, a mettere in gioco i propri corpi.

Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti  CELL. 340-0736871 alfiononuke@gmail.com

Antonia Sani – WILPF Italia CELL. 349-7865685

(coordinamento politico organizzativo dell’iniziativa)

Ricordiamo i primi firmatari del citato appello sulla emergenza climatica dell’aprile 2019,

Moni Ovadia – Alex Zanotelli – Edo Ronchi – Grazia Francescato – Guido Viale – Mario Salomone – Vittorio Agnoletto – Alessandro Marescotti – Antonia Baraldi Sani – Oliviero Sorbini – Michele Carducci – Francesco Masi – Laura Tussi

Historic protests and today’s politics give hope for Extinction Rebellion

ottobre 13, 2019

13.10.2019 – Pressenza London

Historic protests and today’s politics give hope for Extinction Rebellion
(Image by Extinction Rebellion Facebook)

The Greenham Common peace camp and other 1980s anti-nuclear activists made a real difference – now a stronger tide is with the climate protestors.

Paul Rogers author pic
Paul Rogers for openDemocracy

This week’s Extinction Rebellion actions in London have produced some notable headlines, one being the Daily Mail’s “Extinction Rebellion mothers stage mass breastfeeding after police escort children and their buggies along Whitehall”. On a more political front The Daily Telegraph had the writer Julie Burchill under the headline “What must Hongkongers think of Britain’s privileged eco whingers?”, but perhaps the most unexpected contribution, at least for the Mail, was Janet Street-Porter’s “Never mind the nose-rings, Boris, a lot of these climate-change protestors are your people, and they have a point”.

She is pointing to one of the most striking aspect of the XR phenomenon: the sheer range of people who have been suddenly and determinedly motivated to act, even facing the risk of arrest. You have to go back a long way in the UK to find a comparable example.

One happened forty years ago, when Margaret Thatcher was elected prime minister in the UK, with Ronald Reagan following as president in the US a year later. We were entering a new and highly dangerous phase of the Cold War, not least in the UK, where the decision to upgrade the country’s missile submarine force and to allow the US to base ground-launched cruise missiles at the Royal Air Force’s Greenham Common and Molesworth bases caused immediate controversy and reawakened the anti-nuclear movement.

If one specific act helped stimulate this, it was the publication of ‘Protect and Survive’, an extraordinarily complacent civil defence pamphlet from the Home Office that confidently described how a bit of simple do-it-yourself could protect a typical home in a nuclear war. It came out in May 1980; a few months later the historian E. P. Thompson published a trenchant dissection of its laughable optimism called ‘Protest and Survive’. He then embarked on a lecture tour on the issue of what he called nuclear ‘exterminism’ and the reaction was extraordinary.

When he came to Bradford the organisers thought they might get a couple of hundred people turn up, even if the nuclear issue had been dormant for a decade, so they booked a hall with that capacity. Half an hour before the talk was due to start the hall was already packed, another 200 people were queuing in the street and a score or more arriving every minute. Fortunately, the minister of the nearby Methodist Hall was there and promptly opened it for the 700-plus people who turned up. Public reaction was not dissimilar elsewhere.

Burn-out

‘Protest and Survive’ was a marker for an upsurge which led to many actions, most notably the multi-year women’s peace camps at Greenham Common. There are valid reasons for arguing that these protests and their numerous counterparts in other countries helped form the political environment in which the key Intermediate Nuclear Forces treaty of 1987 could be signed. Even so, many activists were exhausted by the mid-1980s, well before the end of the Cold War.

Will XR campaigners get similarly worn out? Perhaps, but there are also good reasons to think that their aims will become more and more accepted and that rapid change will come.

For a start, awareness of the problem of climate change is spreading across a wider swathe of society than the 1980s anti-nuclear revival reached and it is attracting proportionally far more young people. Another factor is the awareness of the power of non-violent action, present then but even more evident now. More generally there is a clear determination across the XR movement to stick with it and avoid getting steered into violence or division.

There are three wider issues as well. One is that the climate is changing ever more rapidly and so reports on the need to counter this breakdown are coming out at least weekly. This means that XR supporters get constant reminders that they are right to persist, whatever the obstacles.

The second issue is that there is a surge in knowledge and understanding about the underlying causes of climate change, which enables climate scientists and others to be more confident in their predictions.

Finally, there have been seriously impressive developments in the technologies and processes of radical decarbonisation. The exploitation of solar energy and wind power has become so much more efficient and cheaper than even a decade ago and there is every possibility of major improvements in storage and distribution.

Politics catching up

The problem, as ever, is the political will to take the action. Here too, however, there has been a transformation. Apart from the Green Party, which has been there all along, Scottish and Welsh nationalists are both advocating far stronger policies on decarbonisation, as are the Lib Dems. But what tends to be forgotten is the change in the Labour Party.

Its record has not been all bad. During the Blair and Brown years there were some good initiatives, if often too little and late, and some Labour politicians kept the pressure up during the 2010-15 coalition years. It is the more recent transformation that has caught people by surprise, though, even if John McDonnell, Rebecca Long-Bailey, Clive Lewis and others have long been pushing for radical change. At its recent party conference, Labour adopted a 2030 target for transitioning to ‘zero carbon’ in the UK. This was far stronger than most political analysts expected, and it is very likely that this will be embedded in its election manifesto in a few weeks. If that happens, XR can take a lot of the credit.

What this means is that there is a serious possibility that in the forthcoming general election, even if there is another minority government, there will be a majority in Parliament for radical decarbonisation. That really will be a change, and much more important in the long run than Brexit.

Meeting Minutes domenicale

ottobre 12, 2019

Meeting Minutes del 13-10-2019: buona domenica

Benvenuto a Francesco su whatsapp.

“…non si può mai essere consapevoli a sufficienza della nostra responsabilità nei confronti del prossimo che ci interroga, che chiede il nostro aiuto; dobbiamo tendere l’orecchio a ciò che ci dice il nostro cuore con sempre maggiore devozione e coscienziosità…”

Etty Hillesum

I dieci Comandamenti non ne contengono uno sul lavoro, bensì sul riposo dal lavoro. E’ il capovolgimento di ciò che si è soliti pensare.

Dietrich Bonhoeffer

* Giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali

* 1917 nasce a Fasano (Modena) il presidente Mondadori Sergio Polillo

Conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono.

La conoscenza ti fa dubitare. Sopratutto del potere. Di ogni potere.

Dario Fo

Preghiamo per i poveri . Non abbiamo assolutamente un testo della Bibbia ufficiale. Vanno bene tutte le traduzioni. Dall’Università sono stato abituato ad usare la nuova riveduta. Tutto qui.

Salmo 27

Il trionfo della fede
Sl 3; 4Ro 8:31, ecc.
1 Di Davide.
Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza;
di chi temerò?
Il SIGNORE è il baluardo della mia vita;
di chi avrò paura?
2 Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici,
mi hanno assalito per divorarmi,
essi stessi hanno vacillato e sono caduti.
3 Se un esercito si accampasse contro di me,
il mio cuore non avrebbe paura;
se infuriasse la battaglia contro di me,
anche allora sarei fiducioso.
4 Una cosa ho chiesto al SIGNORE,
e quella ricerco:
abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del SIGNORE,
e meditare nel suo tempio.
5 Poich’egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura,
mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora,
mi porterà in alto sopra una roccia.
6 E ora la mia testa s’innalza sui miei nemici che mi circondano.
Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia;
canterò e salmeggerò al SIGNORE.
7 O SIGNORE, ascolta la mia voce quando t’invoco;
abbi pietà di me, e rispondimi.
8 Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!»
Io cerco il tuo volto, o SIGNORE.
9 Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo;
tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi, non abbandonarmi,
o Dio della mia salvezza!
10 Qualora mio padre e mia madre m’abbandonino,
il SIGNORE mi accoglierà.
11 O SIGNORE, insegnami la tua via,
guidami per un sentiero diritto,
a causa dei miei nemici.
12 Non darmi in balìa dei miei nemici;
perché sono sorti contro di me falsi testimoni,
gente che respira violenza.
13 Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del SIGNORE
sulla terra dei viventi!
14 Spera nel SIGNORE!
Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi;
sì, spera nel SIGNORE!

Il Brasile si è venduto il petrolio alle multinazionali

ottobre 12, 2019

11.10.2019 – San Paolo, Brasile – Paolo D’Aprile

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Il Brasile si è venduto il petrolio alle multinazionali
Si immagini un pozzo di petrolio lungo mille chilometri.
Venne proclamata l’autosufficienza energetica e la destinazione dei proventi a finanziare il sistema sanitario e soprattutto la scuola. La grande discussione in cui ci perdevamo era quella di definire se tutto quello sforzo per la perforazione dei pozzi a settemila metri sotto il fondo del mare, ne era valsa la pena. Sostenevamo che avremmo potuto investire nella ricerca di energia alternativa e pulita. Ma ormai il petrolio era stato trovato e ogni discussione, col senno di poi, inutile. La Petrobras, colosso mondiale, industria cento per cento nazionale e pubblica, era stata capace di una impresa immane e soprattutto aveva dato al paese la capacità di sedersi al tavolo dei grandi.
Qualche anno dopo, uno scandalo internazionale rivelò che i telefoni dei leader del mondo erano sotto sorveglianza della CIA. Compreso quello di Dilma Rousseff, presidente della Repubblica. Passarono pochi mesi e la stessa Dilma venne accusata di un “crimine amministrativo”, ossia un trucco contabile per poter far quadrare il bilancio. Si iniziò un processo di impeachment che portò alla sua destituzione; il giorno successivo, la legge suppostamente infranta attraverso il trucchetto contabile, venne revocata dallo stesso parlamento. Un vero golpe bianco. Appena insediato, il nuovo presidente golpista revocò le direttive per lo sfruttamento dei proventi del petrolio e iniziò le trattative per la vendita dei pozzi. Alla chiamata si presentarono in massa i colossi americani, Shell, Exxon e compagnia bella.
Nel frattempo Lula venne accusato di essere a capo del più grande sistema di corruzione della storia, con la Petrobras al centro di una distribuzione di appalti fraudolenti che coinvolgeva le più grandi industrie nazionali. Miliardi di dollari. I grandi agglomerati industriali coinvolti chiusero, fallirono, e con loro entrò in collasso il Paese intero. Da una crescita dell’otto per cento si passò alla recessione cronica con tredici milioni di disoccupati, dal programma “Fame Zero” alla crisi sanitaria con il ritorno di malattie epidemiche che pensavamo sconfitte per sempre e l’avvento di nuove, come la Zika e la Dengue, che fanno tremare il mondo. Si passò dal BRIC (l’unione commerciale tra Brasile Russia India e Cina) alla richiesta di aiuto medico internazionale a cui rispose generosamente Cuba con l’invio di quindicimila medici inviati nelle zone più miserabili in cui i nostri dottori si rifiutano di andare.
Lula venne processato, condannato e imprigionato malgrado avesse il diritto di attendere in libertà il pronunciamento definitivo della corte cassazione, ancora oggi in via di giudizio, impededogli cosí di candidarsi alle elezioni presidenziali. Attraverso le rivelazioni dell’agenzia “The Intercep” si è venuto a sapere che il pubblico ministero e il giudice responsabile del processo, frequentavano con scadenza mensile – per riferire e prendere ordini – il Dipartimento di Stato Americano a Washington. Lo stesso Dipartimento che aveva messo sotto sorveglianza i telefoni dei di capi di governo di mezzo mondo e della presidente Dilma Rousseff.
Bolsonaro vinse le elezioni, quello stesso giudice è stato nominato ministro della giustizia e della sicurezza.
Era il 1953 quando il presidente Getulio Vargas creò la Petrobras in occasione della scoperta di enormi giacimenti petroliferi.
La sua foto con le mani impasticciate di oro nero entrò nei libri di storia: “O petróleo é nosso”, il petrolio è nostro. Così come l’immagine di Lula, uguale uguale, quando venne scoperto a settemila metri sotto il fondo del mare il nuovo pozzo lungo mille chilometri.
Stamattina, un trafiletto di giornale avvisa che attraverso una grande asta internazionale, il petrolio che credevamo nostro non ci appartiene più. È stato venduto a un consorzio di imprese tra cui la Exxon, la Shell e la compagnia bella di cui sopra.
Una volta si facevano guerre interminabili, si mandavano i marines a invadere l’Iraq, si tolleravano gli sceicchi arabi tagliatori di teste. Oggi basta destituire una presidente, mettere in galera il più grande leader popolare e ricevere Bolsonaro alla Casa Bianca. Ecco fatto. Il Brasile cede a un prezzo da fiera paesana il più grande giacimento di petrolio del mondo capace di garantire l’autonomia e la sovranità energetica. Quel petrolio, nostro non lo è più. 
Intanto l’Amazzonia continua a bruciare, il Brasile in ginocchio.

Tutto passa, bene o male, ma per noi non cambierà (Tira a campare – Edoardo Bennato)

Goodbye Columbus, Hello Indigenous Peoples Day

ottobre 12, 2019

12.10.2019 – Amy Goodman

Goodbye Columbus, Hello Indigenous Peoples Day
Amy Goodman and Denis Moynihan (Image by Democracy Now!)

Indigenous Peoples Day is increasingly being celebrated across the U.S. in place of Christopher Columbus Day, as the myth of Columbus as beneficent discoverer is debunked and as the critical role of indigenous people in protecting the planet becomes more recognized. Indigenous defenders of Mother Earth are often at the front lines of environmental destruction, confronting militarized state and corporate power against enormous odds, with courage and determination. Columbus arrived in the Bahamas 527 years ago, unleashing a brutal genocide that killed tens of millions of native people across the hemisphere. Now, as the sixth great extinction accelerates and the planet catastrophically heats up, it may well be indigenous peoples who save us all.

Official recognition of Indigenous Peoples Day has occurred in at least eight states: Alaska, Maine, Minnesota, New Mexico, North Carolina, South Dakota, Vermont and Wisconsin. Over 130 cities and counties have adopted the holiday as well, from big cities like Los Angeles, San Francisco, and Dallas, to smaller places like Livingston, Kentucky, and Harpers Ferry, West Virginia.

Washington, D.C., the District of Columbia, the name of which derives from Columbus, just passed a resolution recognizing Indigenous Peoples Day. “Columbus Day was officially designated as a federal holiday in 1937 despite the fact that Columbus did not discover North America, despite the fact that millions of people were already living in North America upon his arrival in the Americas, and despite the fact that Columbus never set foot on the shores of the current United States,” D.C. Councilmember at-large David Grosso said in a statement before the vote. “Columbus enslaved, colonized, mutilated and massacred thousands of Indigenous People in the Americas.”

The movement to replace Columbus Day gained momentum in 1992, the 500th anniversary of Columbus’ arrival, with Berkeley, California, becoming the first city to make the change. Earlier protests inspired the movement, including the annual National Day of Mourning in Plymouth, Massachusetts, held on Thanksgiving to challenge the myth of peaceful coexistence between native people and the English settlers, the Pilgrims. UnThanksgiving is an annual event in San Francisco, where hundreds travel by boat to Alcatraz Island, once the site of a notorious prison, for a sunrise ceremony. Native American activists occupied the island 50 years ago to protest the plight of indigenous peoples in the United States.

Across the Americas, indigenous communities are standing up against unrestrained exploitation of their land, extractive industries, violence and racism. In Ecuador, indigenous-led protests against International Monetary Fund-imposed austerity measures, as well as against ongoing oil extraction and mining, have forced President Lenin Moreno to relocate his government from Quito to the city of Guayaquil.

Ecuadorian law professor David Cordero Heredia described the role of indigenous activism on the “Democracy Now!” news hour: “Indigenous people are offering us a sustainable alternative. They want to protect their jungles, their territories. They’ve got another way to see the world.”

Indigenous tribes in the Amazon in Brazil are confronting racist government policies as well as the life-threatening forest fires largely set on purpose with the blessings of President Jair Bolsonaro. The indigenous rights group Survival International said the president “wants to open up indigenous territories across Brazil to loggers, miners and ranchers. He doesn’t care how many indigenous people die in the process, and has openly expressed his racist contempt for them on many occasions.”

As she makes her way across North America, 16-year-old Swedish climate activist Greta Thunberg spent this week visiting indigenous youth activists in the Dakotas, on the Pine Ridge Reservation and on the Standing Rock Sioux Reservation, where hundreds of tribes gathered in 2016-17 to oppose the Dakota Access Pipeline. In his first days in office, President Donald Trump greenlighted both the Dakota Access Pipeline and the Keystone XL pipeline.

In a video produced by the Lakota People’s Law Project urging Congress to stop the Keystone XL pipeline, Tokata Iron Eyes, also 16 years old, standing next to Greta, said: “Indigenous peoples have been on the front lines of the climate crisis, and we know how to live in balance with the Earth. When we’re talking about solutions, we have to include indigenous peoples in the conversation. Let’s protect our indigenous peoples, their rights, their communities, their way of life, because that’s what we’re going to need when we go into this battle.”

Columbus was a native of Genoa, Italy. But the movement to rename Columbus Day is not a slight against the Italian American community. It is a denunciation of genocide, and a celebration of indigenous peoples and their central role in our history and in our future.

Meeting Minutes

ottobre 12, 2019

Meeting Minutes del 12-10-2019: shabbat shalom

PRAY

Pray to

Our God above

Come to know

Endless love

David Herr

A volte mi sembra che ogni parola che vien detta, e ogni gesto che vien fatto, accrescano il grande equivoco. Allora vorrei sprofondarmi in un gran silenzio e vorrei anche imporre questo silenzio agli altri. Sì, a volte qualunque parola accresce i malintesi in questa terra troppo loquace.

Etty Hillesum

Gli indios non sogliono tenere più di quello che serve al loro bisogno. E quello che basta a tre famiglie di dieci persone l’una per un mese, un cristiano se lo mangia e lo distrugge in un giorno.

Bartolomeo De La Casas

(non conosceva i miei amati Hutteriti)

* 1492 Cristoforo Colombo sbarca nel “Nuovo Mondo”, cominciano 526 anni di resistenza india alla conquista dell’America

(Solo William Penn quacchero fece trattati di pace con gli indigeni della Pensilvania)

* 1891 nasce a Breslavia  (Slesia)  Edith Stein , filosofa tedesca

Amare Dio significa aver gioia in lui, pensarlo volentieri e volentieri pregarlo

Dietrich Bonhoeffer

Solo Zwingli a Zurigo, fra i riformatori, scelse la lettura integrale dei testi in cattedrale: lo possiamo considerare con la sua pneumatologia, aperta anche al pagani come inconsapevoli cristiani (es. Socrate), come un Padre alla lontana del quaccherismo. A noi non interessa in effetti il battesimo Nè degli infanti nè degli adulti.

Soprattutto non interessa brandire singoli versetti anche del Nuovo Testamento contro le donne, i gay ecc

Amnesty: il Nobel per la Pace Abiy Ahmed sia di stimolo al compimento completo dei diritti umani

ottobre 11, 2019

11.10.2019 – Amnesty International

Amnesty: il Nobel per la Pace Abiy Ahmed sia di stimolo al compimento completo dei diritti umani

“Il Nobel per la pace è il riconoscimento all’importante lavoro fatto dal primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed in favore di riforme nel campo dei diritti umani dopo decenni di massiccia repressione”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

“Da quando ha assunto l’incarico, nell’aprile 2018, Abiy Ahmed ha riformato le forze di sicurezza, emanato nuove norme sulle organizzazioni della società civile e raggiunto un accordo di pace con l’Eritrea che ha posto fine a due decenni di rapporti ostili. Ha anche contribuito a raggiungere l’accordo tra forze armate e opposizione civile in Sudan dopo mesi di proteste”, ha aggiunto Naidoo.

“Ma il lavoro non è affatto terminato. Il premio dovrebbe stimolare Abiy Ahmed ad affrontare le sfide che rischiano di annullare i progressi sin qui raggiunti. È urgente che il suo governo risolva le tensioni tra gruppi etnici che minacciano di rendere instabile il paese e di causare ulteriori violazioni dei diritti umani. È anche necessaria una revisione della Dichiarazione contro il terrorismo, che continua a essere usata come strumento di repressione. Infine, è doveroso chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani del passato a rispondere delle loro azioni”, ha sottolineato Naidoo.

“Ora più che mai il primo ministro Abiy deve condividere i principi e i valori del premio Nobel per la pace, in modo da lasciare un’impronta duratura in materia di diritti umani al suo paese, al suo continente e al mondo”.

Abiy Ahmed has won the Nobel Peace Prize: but big challenges still await Ethiopia

ottobre 11, 2019

11.10.2019 – Pressenza London

Abiy Ahmed has won the Nobel Peace Prize: but big challenges still await Ethiopia
Abiy and President Isaias Afwerki of Eritrea (Image by Odaw – Own work, Wikipedia)
Mohammed GirmaUniversity of Pretoria for The Conversation

Abiy Ahmed, the Ethiopian Prime Minister, has won the Nobel Peace Prize. He becomes the 100th Nobel Peace Prize winner, and the first Ethiopian to receive the accolade.

Abiy is the 12th winner from Africa to be awarded the prize. Last year it was won by medical doctor Denis Mukwege from the Democratic Republic of Congo. Other African winners have included Albert Luthuli, Anwar al-Sadat, Desmond Tutu, Nelson Mandela and F.W. de Klerk, Kofi Annan, Wangari Maathai, Mohamed ElBaradei, Leymah Gbowee and Ellen Johnson Sirleaf. Tunisia’s National Dialogue Quartet won it in 2015.

Office of the Prime Minister reacts on twitter to the announcement.

The Nobel Peace Prize is one of the five Nobel Prizes established in 1895 under the instructions of Swedish industrialist Alfred Nobel in his will. The Peace Prize is awarded to the person who, in the preceding year, has:

done the most or the best work for fraternity between nations, for the abolition or reduction of standing armies and for the holding and promotion of peace congresses.

The formal announcement by the Nobel Prize said that Abiy was awarded the prize for:

his important work to promote reconciliation, solidarity and social justice. The prize is also meant to recognise all the stakeholders working for peace and reconciliation in Ethiopia and in the East and Northeast African regions…efforts to achieve peace and international cooperation, and in particular his decisive initiative to resolve the border conflict with neighbouring Eritrea.

But who is Abiy Ahmed? Does he deserve an international accolade? And what of the challenges still facing the country he leads?

Berit Reiss-Andersen, the Chair of the Norwegian Nobel Committee, commented in her announcement speech that:

… many challenges remain unresolved. Ethnic strife continues to escalate, and we have seen troubling examples of this in recent weeks and months.

Unexpected rise to power

Barely two years ago Abiy Ahmed was largely an unknown figure. In early 2017 a couple of YouTube clips started to circulate on social media that showed him gathered with veteran leaders at a party meeting. He came onto the scene with a simple, but powerful, message of togetherness.

At the time he was a political leader at regional and cabinet levels. But he didn’t sound like one. He comes across as remarkably authentic and his approach was distinct. At a time of elevated fear that the nation might head into disintegration, his message soared above the popular anxiety of possible conflict.

Unlike Ethiopian politicians of the past four decades his rhetoric mimicked neither Albanian Marxism nor Maoism. He has anchored his story on local cultural and religious sensibilities.

Delicate course

Abiy’s extraordinary rise to power, as well as his ability to steer a more peaceful political course in Ethiopia, is remarkable given the tensions and complexities of the country’s politics.

He has distanced himself, at least in his political outlook, from his party’s maligned old guard. He has had to steer a delicate course to keep various factions of the political coalition that has ruled Ethiopia for almost three decades – the Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) – on board. The ruling elites from this party have never tolerated dissent. There have been numerous accusations levelled against them of human rights abuses and the imprisonment of journalists who criticised the regime.

Instead of dismantling the existing system, Abiy opted for internal transformation.

It has taken tremendous courage to break away from a powerful political machine while remaining within the system. But he has stuck to his beliefs, even promoting the notion of “Medemer” – synergy and togetherness – while remaining within the party.

Hopeful times

Abiy inherited a nation that was in political disarray. Hundreds of people had died in three years of anti-government protests.

But shortly after taking office from Hailemariam Desalegn in April 2018, Abiy began to move ahead rapidly with political reforms. He released political prisoners, unfairly incarcerated journalists and activists. He opened the door for political dissidents.

His message was that the country needed to win through bold ideas, not through the barrel of a gun.

He also showed his intention to build institutions. One example was the appointment of the well-known political dissident Birtukan Mideksa as the head the electoral board.

He has also championed the role of women, including in politics. He appointed women in the positions of president, chief justice and press secretary. He also brought their share in his cabinet to 50%.

International diplomacy

But arguably his biggest achievements have been in international diplomacy. Ethiopia and neighbouring Eritrea share a common culture, language and ways of life. But a decades-long conflict between the two nations has brought immense misery to people who live on the border, and to families split by the fighting.

Abiy brought the conflict with Eritrea to an end. A treaty ended the state of war between Eritrea and Ethiopia and declared a new era of peace, friendship and comprehensive cooperation. A lot remains to be done, though.

He also played a crucial role in regional politics. He was key to bringing leaders of Sudan and South Sudan to the negotiating table and helped mediate between Kenya and Somalia in a maritime territory dispute.

His popularity in the region and further abroad is evident when he’s travelling. He’s often greeted more like a rock star than a head of state. But maintaining the same image at home has been more complicated.

Challenges ahead

The Nobel Prize is an acknowledgement of Abiy’s achievements over the past two years. But it doesn’t guarantee his future success.

A case in point is Myanmar’s Aung San Suu kyi. After surviving house arrest, and attacks on her life by the ruling junta, she won the Nobel Prize for Peace in 1991. But her fortunes turned after her party won a national election. It now stands accused of carrying out what the United Nations high commissioner for human rights has called “a textbook example of ethnic cleansing” against the Rohingya Muslims.

There are a great many troubling issues still unresolved in Ethiopia and tense times ahead with an election due next year. Abiy also has many enemies. These include agitators who try to use ethnic fault-lines for their own political ends, powerful ethno-nationalist activists who thrive on division and political entrepreneurs who only see politics as a means of personal enrichment. All are relentlessly working to exploit a fragile situation. Securing the safety of the citizens is the bare minimum he needs to do.

In my view he needs to accept the Nobel Peace Prize as acknowledgement of what he’s achieved, as well as a mandate to champion equality, justice and lasting unity in Ethiopia.The Conversation

Mohammed Girma, Research associate, University of Pretoria

This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.

Meeting Minutes

ottobre 10, 2019

Meeting Minutes del 11 ottobre 2019

COURAGE

Have courage

For the day

God is with you

Along the way

David Herr

Abbiamo iniziato a stravolgere l’uso protestante ed evangelicale della citazione di singole frasi estrapolate dalle Scritture, per riportare sul ns. sito in inglese l’intera Lettera ai Galati. Partiamo dalla perla del Nuovo Testamento come diceva Lutero-

“In me c’è buio , ma presso di te c’è la luce io sono solo, ma tu non mi abbandoni.

Dietrich Bonhoeffer

* 1885 nasce a Bordeaux François Charles Mauriac, Scrittore (Nobel 1952)

* Apertura del Concilio Vaticano II

* Nasce Jayaprakash Narayan, collaboratore di Gandhi e Vinoba

Se urli, tutti ti sentono.

Se bisbigli, ti sente solo chi ti sta vicino.

Ma se stai in silenzio, solo chi ti ama ti ascolta.

M.K. Gandhi


Nonviolent Campaign Strategy

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Positive Peace Warrior Network

More People! More Power!! More Progress!!!

The Armchair Theologian

Disestablishmentarianism in the UK, okay?

Fronte Popolare

Organizzazione militante comunista

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Resistenza olgiatese - Coalizione civica per l'alternativa - maurizio_benazzi@libero.it

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