Archive for 22 ottobre 2019

Meeting Minutes serale del 22-10

ottobre 22, 2019

MEETING MINUTES SERALE DEL 22 OTTOBRE 2019

Le attività dei gruppi Facebook ventennali di “Newsletter ecumenici” e quelli più recenti di “Meeting Minutes” e “Amici di Gesù – Meeting on line”  sono sospese fino alla rinuncia di Facebook di censurare il popolo curdo in resistenza contro i turchi.

Chi gradisce ci legga sui siti http://www.quaccheri.it o chieda l’iscrizione su whatsapp o su una Mailing List di email su Yahoo. Facciamo resistenza nonviolenta come possiamo,  alla ingiusta decisione della piattaforma mondiale.

DONACI FELICITÀ E GIOIA

Signore,
al tuo passaggio il mondo si trasforma.
Tu vuoi che ti seguiamo. Sei venuto per donare la vista ai ciechi, guarire i paralitici e i lebbrosi e donare ai poveri la fede e l’amore.
Aprici gli occhi, perché vediamo quanto soffrono le persone nel corpo e nello spirito. Rafforza la nostra volontà perché non fuggiamo il dolore della gente. Donaci fede perché scorgiamo la nuova creazione che supera il dolore e l’ansia.
Tu sei il nostro medico, sanaci, rafforza e
rinsaldaci i piedi, le nostre mani per lavorare e benedire; da’ forza agli occhi per capire gli altri e all’udito per prestare ascolto.
Ti lodiamo per la tua potenza.
Tu cambi il mondo agendo con amore.
Grazie perché vuoi la nostra gioia.
Donaci felicità Signore, e pace.
(Jörg Zink)

 

Fai come noi boicotta Facebook

NOI NON OSCURIAMO IL DRAMMA DEL POPOLO CURDO COME FA FACEBOOK

ottobre 22, 2019

A Bologna bella manifestazione contro l’attacco della Turchia al popolo curdo

di Alberto Negri

Dagli anni 70 al Rojava. L’Italia ora fa la voce grossa ma quando nel 2016 venne in Italia il capo del partito filo-curdo Hdp, oggi in carcere, non fu ricevuto da nessuno del governo Gentiloni
Il lungo tradimento dei curdi da parte degli americani comincia negli anni Settanta e oggi nel Nord della Siria, il Rojava curdo, si è aperto il capitolo più devastante: il massacro di un popolo e dei princìpi più basilari di giustizia, diritto internazionale e democrazia, l’umiliazione degli Stati uniti, incapaci di fermare il Califfo Erdogan, un’Europa sotto ricatto e la virtuale disarticolazione della Nato – a 70 anni dalla sua fondazione – non a opera di un attore esterno ma di uno stato membro come la Turchia dal 1953.
Erdogan, che in Turchia ha dozzine di basi e missili Nato puntati su Teheran e Mosca, dell’Alleanza si fa beffe. Dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 chiuse Incirlik e fece circondare il quartiere generale Nato di Istanbul: ero lì, davanti ai cancelli, con i militari occidentali consegnati e guardati a vista, ma nessuno disse una parola. Poi non a caso Erdogan ha comprato gli S-400 da Putin. Ricatta tutti, non con machiavellica abilità ma perché sa di affondare il coltello in un ventre molle.
O Erdogan viene fermato militarmente in Rojava, dove sta creando un nuovo stato islamico, e lì colpito, in qualunque maniera, oppure il ricatto proseguirà all’infinito, anche sotto sanzioni o embargo.
È una situazione che abbiamo voluto e agevolato con l’inettitudine dell’Occidente, Italia compresa. Anche aiutare la Turchia democratica, come scrive Michele Serra su Repubblica, suona drammaticamente ironico: a piazza Taksim abbiamo abbandonato nel 2013 la «Turchia democratica». Il governo italiano che adesso fa la voce grossa quando nel 2016 venne in Italia il capo del partito filo-curdo Hdp, Selahettin Demirtas, oggi in carcere, non fu ricevuto da nessun rappresentante del governo Gentiloni per non irritare Ankara.
E l’ambasciatore turco Salim Esenli, appena convocato alla Farnesina, ha dato in escandescenze urlando che: «L’Italia dal terrorismo delle Br non ha imparato nulla, perché i curdi sono terroristi».
Ma ecco come il passato si ripete e come si occulta da anni una versione della storia. Chi l’ha vissuta non dimentica. Nel 1972 lo Shah di Persia sosteneva la resistenza curda contro l’Iraq ma i curdi non si fidavano: temevano che se avesse raggiunto un accordo con l’Iraq sul petrolio e il confine dello Shatt el Arab nel Golfo li avrebbe poi abbandonati. Il leader curdo Mustafa Barzani chiese allora a Reza Palhevi, che si atteggiava a guardiano del Golfo per conto degli Usa, di coinvolgere Washington come garanzia del suo impegno.
Lo Shah ottenne l’intervento di Nixon durante un viaggio a Teheran. La supervisione delle operazioni anti-irachene fu affidata a Henry Kissinger che, come segretario di Stato, rimase al suo posto anche dopo il 1974 quando il repubblicano Nixon fu costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate (le intercettazioni illegali di danni del partito democratico). Il clima politico e il contesto di allora ricordano in qualche modo quello di oggi, con Trump nel mirino dell’impeachment per il Russiagate e l’Ucraina.
Ecco quello che accadde. Nell’ottobre 1973 esplode la guerra dello Yom Kippur tra arabi e israeliani con un attacco a sorpresa egiziano e siriano. I curdi, con l’Iraq impegnato a inviare battaglioni sul fronte, intravedono l’opportunità di attaccare. Ma da Kissinger viene un «no» deciso all’operazione. Oggi sappiamo perché: gli arabi avevano decretato l’embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, ma gli americani avevano continuato segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco e non volevano irritare troppo i nemici di Israele in un conflitto che terminò senza esiti risolutivi.
Israele comunque annotò sul taccuino che i curdi potevano essere potenziali alleati contro gli arabi, tanto è vero che un paio di anni fa Netanyahu, alla vigilia del referendum curdo iracheno sull’indipendenza, ha dichiarato che «Israele supporta il legittimo sforzo del popolo curdo nel costruire un proprio Stato».
I curdi allora obbedirono all’ordine di Kissinger ma poco dopo pagarono amaramente la loro fiducia negli americani. Nel 1975 Iraq e Iran raggiunsero l’accordo di Algeri sul confine dello Shhat el Arab e furono abbandonati al loro destino: senza armi, munizioni, rifornimenti e migliaia di profughi, più o meno come avviene in queste ore.
Gli Usa oggi come allora hanno lasciato i curdi senza anti-aerea e rischiano una disfatta epocale dopo avere contributo alla sconfitta dell’Isis. Non è proprio una esclusiva di Kissinger e Trump. Nel 2011 Obama ritira le truppe lasciando l’Iraq senza aviazione: quando nel 2014 l’Isis avanza, l’esercito iracheno si sfalda e dopo avere catturato Mosul sarebbe entrato a Baghdad se non ci fossero state le milizie sciite guidate dal generale iraniano Qassem Soleimani.
Ma oggi nel Rojava, rispetto al Kurdistan iracheno del 1975, c’è una miscela ancora più esplosiva: i turchi metteranno i jihadisti nella «fascia di sicurezza» a fare da antemurale ai curdi. Uno stato islamico protetto dal Califfo Erdogan.
Il lungo tradimento dei curdi da parte degli Usa si prolungò durante la guerra Iran-Iraq quando i curdi iracheni, il 16 marzo 1988, furono attaccati con le armi chimiche dall’esercito iracheno: 5mila morti, in un campagna militare che fece tra i curdi 100mila vittime su un milione di caduti in tutto il conflitto. Ma nessuno condannò mai l’attacco chimico di Halabja e Saddam restò un alleato dell’Occidente e delle monarchie del Golfo fino all’invasione del Kuwait nel ’90. Eppure l’amministrazione Reagan sapeva perfettamente che erano state usate armi chimiche (gas nervino) e da dove provenivano.
Cosa era accaduto ce lo raccontarono allora i superstiti in fuga da Halabja ricoverati negli ospedali iraniani. E il cronista ora è costretto a riaprire di nuovo il taccuino sulle conseguenze di questo ennesimo tradimento occidentale: una bella stretta di mano al Califfo Erdogan alla Casa bianca e tutto sarà finito.

Declaration of the Mayoress of Barcelona on violent acts

ottobre 22, 2019

21.10.2019 – Redacción Barcelona

This post is also available in: SpanishItalianCatalan

Declaration of the Mayoress of Barcelona on violent acts

Barcelona is a city of peace, of dialogue, of rights, of respect for plurality, but these days we have experienced moments of great tension, the most serious in recent years, which is why I am making the following statement:

The last few nights the city has experienced situations of great tension and violence and Barcelona does not deserve it:

We have seen great peaceful demonstrations, which are always welcome in the city, but at the same time we have seen fires in our streets and violent attitudes which must be condemned. And yesterday we proudly watched as many people shouted “we are people of peace”, calming the spirits and avoiding violence. In the name of the city I want to thank these brave people.

What worries me most these days are the wounded people and especially the 7 people who are in a serious or very serious state, of which a national police officer in a very serious state and a girl in a critical state. From here I want to send all the support to their families and I hope they recover well soon.

We also know that among the seriously injured several people have lost sight of an eye, injuries most likely caused by rubber bullets, a material that had been discontinued in Catalonia, precisely to prevent these types of injuries. I ask that the protocols that have been used in the use of this material be reviewed and that the appropriate investigations be opened.

We have also seen how journalists who did their job were repressed, and how a journalist who was perfectly accredited was even arrested, a very serious fact. The right to information and freedom of the press must be guaranteed, guaranteeing the safety of information professionals.

Yesterday we heard the interior minister state that the police have a monopoly on the use of force, that they have acted proportionally and that the images and complaints that have been made about cases of police malpractice are all false. I am the first one that during the whole week I have recognized the difficulty in which the police task has had to be developed and that generalizations cannot be made. But precisely because the minister is right and in a democratic state the police exercises the monopoly of force, we must be exemplary and we must not be afraid to investigate possible cases of malpractice.

It is in the most difficult moments that the best in the whole world has to come out. We all have a lot to contribute to get out of this situation. First and foremost the political and institutional leaders, also the media, the entities and all the citizens.

As mayor, I ask that we take care of Barcelona. Its diversity. Its tradition of vindication, defence of rights and freedoms and dialogue.

I would like to pay special tribute to all the municipal workers who are making efforts these days far beyond what is required: urban guard, cleaning, firefighters, mobility, care services (CUESB). Professionals who have understood the exceptional situation and who day after day and night after night work to take care of our neighbors and our city and to make that, in spite of living through very difficult moments, the city after a few hours returns to work. From the bottom of my heart, thank you very much.

These days, many neighbours, merchants and entities of all kinds turn to the City Council asking how they can help. Barcelona has in its form to be this collective spirit of solidarity and cooperation that appears in the difficult moments. It is a source of pride to be mayor of a city that never abandons these principles and this way of doing things.

Let me also stress that we have to listen to what young people are saying these days. Not to criminalise, to know how to separate what are violent attitudes from what is a very serious, deep malaise, which comes from the frustration of a generation that does not feel represented or listened to and that has a lot to contribute. A generation that is the future, but also our present, and whom surely has not been heard enough and whom we need to improve our democracy.

But let us be clear: only from the city will we not be able to find solutions in the conflict over the relationship between Catalonia and Spain, and over the political management that has been done. It is clear that they need solutions that go beyond what happens in Barcelona. We can contribute a lot, we can collaborate, and we will do so, but the responsibility lies above all with those who lead the institutions that have to play a leading role in negotiation and unblocking.

It is in this sense that I ask, as mayor, that the acting President of the State, Pedro Sánchez and the President of the Generalitat, Quim Torra, dialogue. If the Catalan and Spanish governments can speak to coordinate police operations, how is it possible that they will not be able to talk about the fundamental political problem we have? I think a lot of people are asking this question. I would ask them, please, to speak in private, that every time they question each other through the media or social networks they are making the dialogue less credible. We all know that in order for there to be real dialogue there has to be discreet and serene contact.

Barcelona is a city with a strong feminist tradition and a culture of peace. Some traditions from which we have learned that for real dialogue we need, in the first place, empathy and listening: understanding the reasons of the other and abandoning maximalism. That is why I call for dialogue and to generate the conditions for it to be a real, effective dialogue that leads us to solutions. And this will only be possible if everyone assumes the following:

We must abandon extreme positions, red lines and blockades. It is difficult in an electoral context, but we have to abandon short-term electoral calculation and raise our eyes to understand the complexity of the situation. The stakes are much higher than elections.

We need to be sincere and speak plainly, because we all know that the political solution to the fundamental problem that Catalonia is experiencing with its relationship with the State will not come soon. But at the same time we have to work towards a short-term solution that will allow us to unblock and move forward.

We must take a few first steps immediately, to demonstrate that the institutions and political parties serve to offer solutions and not to generate problems. It is necessary to talk with serenity and generosity about how to solve the situation of having social and political leaders imprisoned, because we all know that without their freedom it will be very difficult to find solutions to the conflict in which we live. I ask that we do not deny this and that we do not use maximalist rhetoric about how to obtain their freedom.

Incendiary political discourses, which do not represent the majority of the population and which only generate more tension, must be isolated and minimised.

We therefore need a dialogue table, both at state and Catalan level, which generates a new climate, rebuilds bridges that do not exist today, and is based on the commitment to be a permanent and stable table, that moves away from gesticulation and brings us closer to solutions.

As Mayor of a city that has lived through very difficult days with sadness, but at the same time a city that is hopeful because at no time has it lost its pride and its essence of dialogue, open and capable of coming out of difficult situations, I will work on everything in my hands to facilitate dialogue in these terms that I have described. From empathy, from listening, from the willingness to add, away from constant reproaches, I call for political dialogue and to abandon verbal, physical and all kinds of violence. As a society, as a country, as a city, we have to get out of here. We are working to make this possible.

Meeting Minutes

ottobre 22, 2019

Meeting minutes del mattino del 22 ottobre 2019

” Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente.
Essere fedeli a ogni sentimento, a ogni pensiero che ha cominciato a germogliare.
Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori ”
(Diario, 30 settembre 1942)

Etty Hillesum

Il nostro esseri cristiani consiste oggi solamente in due cose: nel pregare e nel fare il giusto tra gli uomini : tutto il pensiero, la divulgazione e l’organizzazzione delle faccende del cristianesimo devono rinascere da questo pregare e da questo fare.

Dietrich Bonhoeffer

* 1992 muore a Roma lo scrittore Carlo Bernari

* San Giovanni Paolo (cattolici)

*Simchat Torà ebraismo)

E’ destino che mescola le carte, ma è l’uomo che gioca la partita

Victor Hugo

 

Preghiera di Zwingli per il popolo curdo: stiamo valutando la possibilità di lasciare definitivamente Facebook che ha oscurato le pagine della resistenza curda, Viviamo lo stesso senza il social.
[Preghiera a Dio]
Fa’ come vuoi
perché io non ho bisogno di nulla.
Io sono il tuo vascello
da riparare o da distruggere.


Yolanda - "Det här är mitt privata krig"

Kreativ text, annorlundaskap, dikter, bipolaritet, Aspergers syndrom, samhällsdebatt

Pioniroj de Esperanto

esplori la pasinton por antaŭenrigardi = esplorare il passato per guardare avanti

Haoyan Do

stories about English language and people in Asian communities in America and in Asia.

Il Blog di Roberto Iovacchini

Prima leggo, poi scrivo.

Luciana Amato

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Riproduzione Riservata - Testata Giornalistica n.168 del 20.10.2017

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