Archive for 25 ottobre 2019

Meeting Minutes

ottobre 25, 2019

Meeting Minutes del 25 ottobre: siamo preoccupati per i nostri 5000 lettori delle newsletter via email su Yahoo in crisi, noi abbiamo iniziato 20 anni fa le attività in rete quando Yahoo era leader incontrastato, senza Facebook.

” E se si distruggono i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate, allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella dell’umanità ”

Etty Hillesum

Nessuna potenza terrena ci può toccare senza la volontà di Dio; il pericolo e la necessità ci spingono invero più vicino a Dio; è certo che non possiamo pretendere nulla ma possiamo supplicare per ogni cosa.

Dietrich Bonhoeffer

* Giornata internazionale le armi giocattolo

* 1817 nasce a Schio (VI)  Arnaldo Fusinato, poeta

“ci sono due cose durature  che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.

William Carter
«Nulla va perduto; in Cristo tutto è recuperato, preservato, ma sotto un aspetto mutato, tutto è trasparente, chiaro, libero dal tormento del desiderio egoista». Così Dietrich Bonhoeffer scrive in una lettera del 18 dicembre 1943. L’essenzialità della sua poesia ancora oggi sta a testimoniare che soltanto il coraggio di credere può trasformare la vita in un miracolo da lasciare in eredità alle generazioni future.

(Tratto dalla Pagina del Monastero di Bose fra le recensioni del loro testo di poesie del teologo)

Clima

ottobre 25, 2019

Ci scusiamo per i forti ritardi di Yahoo, ben prima del 28 ottobre, nel distribuire la posta nei gruppi: hanno deciso di smantellare il ventennale sistema informativo non lasciandoci operare come prima. I soliti problemi di budget pubblicitario scarso sono la ragione di tale decisione. Ci auguriamo almeno di poter distribuire la posta anche se in gruppi privati della piattaforma. Non abbiamo soldi per usare servizi a pagamento come mail up.

Buona giornata.

 

Clima, migranti, Rojava: una svolta

19.10.2019 – Guido Viale

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Clima, migranti, Rojava: una svolta
(Foto di FFF Firenze)

Si fanno le guerre per appropriarsi del petrolio e poi si usa il petrolio per fare altre guerre (le emissioni mondiali degli apparati militari ammontano al 15% di quelle totali, ma non sono contabilizzate nell’accordo di Parigi). Le guerre producono profughi e per respingere i profughi si fanno altre guerre, come oggi in Rojava.

Petrolio e combustibili fossili imprigionano l’intera umanità nella dipendenza dalle guerre, ormai elemento costitutivo della condizione umana nel nostro tempo. Profughi e migranti imprigionano governi e popoli che non vogliono accoglierli nella dipendenza da bande e Stati canaglia incaricati di “tenerli lontani”. Con l’aggressione al Rojava la subalternità dell’Unione Europea nei confronti della Turchia è apparsa evidente in tutte le sue micidiali implicazioni, ma era già chiara fin dalla firma dell’accordo Merkel-Erdogan del 2016. Così come la “politica migratoria” dei governi avvicendatisi in Italia, e con essa quella di tutta l’Europa, sono state messe nelle mani di bande criminali (i kapò del Ventunesimo secolo), libere di praticare schiavismo, estorsione, stupro seriale, distruzione della dignità e delle vite altrui come compenso per il compito loro assegnato.

Difficile, per tutti i governi dell’Unione Europea, ricorrere al ritornello “io non sapevo”. La guerra al Rojava avvicina l’Europa e i suoi popoli alla verità: che è lo sterminio di genti sbandate e disperate in nome della difesa dei propri confini, cioè del “proprio stile di vita”. Ma il senso di questa politica è “eliminiamoli tutti”.

A dirlo in modo esplicito è stato (tra gli altri) Vittorio Feltri su Libero del 12.10: “Il problema è più semplice di quanto appaia: se smettiamo di salvare in mare chi sfida le onde prima o poi questi la smetterà di avventurarsi tra i flutti, e codesta storia dell’invasione finirà subito”. Feltri lo scrive e l’Europa lo fa, ma lo lascia dire a quelli come lui. Però non funziona: le partenze dalla Libia non diminuiscono anche quando in mare non c’è più nessuno a salvare i naufraghi e molti dei profughi e dei migranti che riescono a raggiungere l’Italia lo fanno da soli, sui “barchini”: che cosa se ne fa di loro, Feltri? Li si ammazza sul bagnasciuga o li si riporta in mare per affondarli? Su tutti coloro che si dicono contrari alle politiche criminali di respingimento, ma che poi ripetono, invocando il “buon senso”, che “non si può accoglierli tutti”, aleggia un silenzio ipocrita, perché in questa alternativa una via di mezzo non c’è, Tertium non datur.

Poiché quella dei migranti è diventata la questione numero uno in tutta Europa, è anche quella – non il deficit, non il debito – su cui si manifesta di più la subalternità del nostro paese verso gli altri partner dell’Unione, ben contenti di potersi “indignare” se l’Italia, come faceva Salvini, si assume il ruolo di killer per conto loro, ma comunque decisi a fare del nostro paese il deposito dei tanti disperati a cui non è più concesso varcare le Alpi. Si fanno vertici e promesse, ma la politica dell’Unione non cambia. Se mai, peggiora. E per la Grecia, comunque vada, è e sarà ancora peggio.

Fare la vittima (di una politica iniqua) o il questuante (di una ripartizione più equa di chi arriva) e meno che mai scambiare questa subalternità per qualche concessione sul deficit non è servito e non serve. La politica migratoria dell’Europa va ribaltata dalle fondamenta con una proposta che tolga innanzitutto ai migranti le stimmate di un peso insostenibile. L’emergenza climatica e ambientale ce ne offre l’occasione. Le politiche di austerity vanno abbandonate: sono incompatibili con la conversione ecologica. Questa richiede un grande piano di investimenti che faccia da cornice e sostegno a milioni di progetti locali con cui affrontare la transizione verso energie, produzioni, colture, mobilità e territori decarbonizzati: un green new deal che faccia da traino a tutte le altre regioni del mondoma di cui non possono essere protagonisti solo, né in primo luogo, governi e imprese, perché richiede innanzitutto un ruolo attivo delle persone, delle loro associazioni, delle loro comunità e dei loro conflitti. Non c’è alternativa se non la corsa verso la distruzione della vita umana sul nostro pianeta (e di pianeti non ce ne sono altri).

Il progetto di un green new deal che è al centro di tutte le istanze dei movimenti che oggi si muovono per imporre una svolta radicale in campo climatico e ambientale e che saranno sempre di più e sempre più numerosi mano a mano che la situazione climatica si andrà deteriorando, impone di attivare milioni di nuovi posti di lavoro, a tutti i livelli di qualificazione: dunque anche per inserire – accanto a disoccupati, sottoccupati e precari nativi, e a chi perderà il posto in produzioni da chiudere, a partire da quelle delle armi – centinaia di migliaia e domani milioni di migranti e di profughi. Per renderli cittadini di una grande comunità che unisca in una sola “nazione” paesi di arrivo e paesi di partenza e in cui tutti, nativi, migranti e nuovi arrivati, possano battersi insieme per la pacificazione e il risanamento dei paesi devastati dalle politiche climatiche e ambientali, dalla depredazione delle risorse locali, dalle guerre.

La mobilitazione a sostegno del popolo del Rojava accanto alle comunità curde di tutta l’Europa e il sostegno che ad essa stanno dando i movimenti in lotta per l’ambiente e la conversione ecologica ci fornisce un’indicazione su come affrontare congiuntamente clima, giustizia sociale e migrazioni.

Climate, migrants, Rojava: a turn

ottobre 25, 2019

24.10.2019 – Guido Viale

This post is also available in: Italian

Climate, migrants, Rojava: a turn
(Image by FFF Florence, Italy)

Wars are waged to get hold of oil reserves and then that oil is used to carry out other wars (world emissions from military equipment amount to 15% of total emissions, but are not accounted for in the Paris Agreement). Wars produce refugees and in order to push back the refugees further wars are started, as happens today in Rojava.

Oil and fossil fuels imprison the whole of humanity in a dependence on wars, which are nowadays a permanent element of the human condition. Refugees and migrants force governments and peoples who do not want to welcome them into the dependence on gangs and rogue states in charge of “keeping them away”. With the attack on the Rojava region in Northern Syria, the subordination of the European Union towards Turkey became evident in all its deadly consequences. It had already emerged clearly in 2016 at the conclusion of the Merkel-Erdogan agreement. The “migration policies” of the various Italian governments that succeed each other, and with it that of the whole of Europe, have been put into the hands of criminal gangs (the 21st century kapos), free to practice slavery, extortion, assaults, destruction of the dignity and lives of others, as a compensation for the task assigned to them.

It is difficult for all the governments of the European Union to resort to the excuse that “we didn’t know”. The war on the Rojava region brings Europe and its peoples closer to the truth: that it is the extermination of desperate and scattered people who are trying to defend their own borders, that is, their own way of life. But the meaning of those policies is: “Let us eliminate them all”.

Vittorio Feltri, among others, expressed this clearly in the Italian newspaper Libero on the 12th of October:  “The problem is simpler than it appears: if we stop saving those who take the sea, sooner or later they will stop venturing into the waves, and this story of the invasion will end immediately”. Feltri writes it and Europe carries it out, but leaves it to those like him to express it. But it doesn’t work. Departures from Libya don’t diminish even when there is no one at sea to save the shipwrecked and many of the refugees and migrants who manage to reach Italy do so on their own, on makeshift boats. What do you do with them, Mr. Feltri? Do you want to kill them on the shore or push them back to sea to let them drown? On all those who say they are against the criminal policies of rejection, but then repeat, invoking the “common sense” that “we cannot welcome them all”, hovers a hypocritical silence, because in this alternative there is no middle way: Tertium not datur.

Since the topic of migrants has become the number one issue in the whole of Europe, this (and not the deficit or the debt) is also the question on which the subalternity of our country towards the other partners of the European Union manifests itself most. The other countries are very happy to show indignation when Italy, as Salvini did, takes on the role of killer on their behalf, but nevertheless are determined to make our country become the deposit of the many desperate people who are no longer allowed to cross the Alps. Summits and promises are made, but the Union’s policy doesn’t change. If it does, it gets worse. And for Greece, whatever happens, it is and will be worse still.

It is useless to play the victim (of an unfair policy) or the supplicant (of a fairer distribution of the migrants who arrive) and even less to exchange this subalternity for some concession on the deficit. Europe’s migration policy must be overturned from the ground up with a proposal that removes first the stigmata from migrants to be an unsustainable burden. The climate and environmental emergency offers us the opportunity. Austerity policies must be abandoned: they are incompatible with ecological conversion. This requires a major investment plan providing a framework and support for millions of local projects which deal with the transition to decarbonized energy, production, crops, mobility and territories: a Green new deal that acts as a driving force for all other regions of the world, but the protagonists of which cannot be primarily only governments and enterprises, because it requires above all an active role of people, their associations, their communities and their conflicts. The only alternative is a race towards the destruction of human life on our planet (and there are no other planets).

The project of a Green new deal that is at the centre of all the demands of social movements acting today to impose a radical change in climate and environmental issues and that will be more and more numerous as the climate situation will deteriorate, requires the creation of millions of new jobs at all levels of qualification. This process can also include hundreds of thousands and, in the near future, millions of migrants and refugees, along with unemployed, underemployed and precarious natives, and those who will lose their jobs in productions to be closed down, starting with those of weapons. We have to make immigrants become citizens of a large community that unites countries of arrival and countries of departure and in which all, natives, migrants and newcomers, can fight together for the pacification and recovery of regions devastated by climate and environmental policies, by the plundering of local resources, by wars.

The mobilization in support of the people of Rojava alongside the Kurdish communities throughout Europe and the endorsement given to it by movements fighting for the environment and ecological conversion show us how to jointly address the issues of climate change, social justice and migration.

Translation from Italian by Thomas Schmid


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