Archive for 6 novembre 2019

Putin rassicura Erdogan: ritiro curdo ultimato

novembre 6, 2019

Putin rassicura Erdogan: ritiro curdo ultimato

Siria/Kurdistan. I combattenti delle Fds e delle Ypg curde hanno abbandonato le loro postazioni prima della scadenza della tregua. Intanto Trump mette le mani sul petrolio siriano

 

Lunedì 28 ottobre, un mezzo militare statunitense pattuglia la zona circostante a un campo di estrazione del petrolio nel nord della Siria Lunedì 28 ottobre, un mezzo militare statunitense pattuglia la zona circostante a un campo di estrazione del petrolio nel nord della Siria

 

Michele Giorgio Il Manifesto

 

PUBBLICATO29.10.2019, 23:59

Dalla polveriera del Medio oriente spunta il nuovo ordine che più parti, potenti e meno potenti, cercano di dare alla regione. Lungo la frontiera tra Turchia e Siria, sgomberata da Ankara e dai suoi mercenari al prezzo del sangue dei curdi, si materializza lo schema delineato delle intese raggiunte da Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. Non devono trarre in inganno i combattimenti e il fuoco di artiglieria turco contro postazioni dell’esercito siriano nel villaggio di confine di Al Assadiya costato ieri la vita di sei militari di Damasco. Nelle stesse ore in cui risaliva la tensione alla frontiera – teatro dal 9 ottobre dell’offensiva turca “Fonte di pace” – facendo temere, in verità solo ai media occidentali, l’inizio di uno scontro militare diretto tra Turchia e Siria, Mosca si affrettava a far sapere che il ritiro curdo dalla “zona cuscinetto” che Ankara vuole imporre in territorio siriano è stato completato in anticipo rispetto alla tabella di marcia.

Ad annunciarlo, con soddisfazione, è stato il ministro della difesa russo, Sergej Shoigu. «Il ritiro delle truppe curde dalla zona di sicurezza è stato completato in anticipo rispetto ai tempi inizialmente previsti: nell’area, oltre alle forze di Damasco, sono presenti anche militari russi», ha precisato il ministro. I curdi rispettano gli accordi per evitare il peggio ma a rimetterci sono loro. Erdogan frenando la sua guerra ha ottenuto da Putin quello che temeva di doversi guadagnare riportando in patria le bare di parecchi soldati turchi. Ha avuto una zona cuscinetto non proclamata in territorio siriano e che le bandiere delle Fds e delle Ypg curde non sventolino più sul confine, sostituite ora da quelle della Siria. Non solo. Le forze armate turche pattuglieranno assieme a quelle della Russia un’area fino a dieci chilometri all’interno del territorio siriano.

Damasco storce il naso. L’alleato Putin ha assecondato i desideri dell’odiato Erdogan a spese dell’integrità territoriale siriana che pure diceva di voler tutelare. Inoltre la Siria dovrà accettare il rispetto dell’intesa di Adana, siglata nel 1998, in base alla quale le forze armate di Ankara possono effettuare raid “anti-terrorismo” fino a 10 chilometri all’interno del territorio siriano. Ma il leader russo ha anche bloccato Erdogan e obbligato i curdi a fare i conti con la realtà imposta dai più forti. E se al confine saranno i pattugliamenti congiunti turco-russi a monitorare il rispetto delle intese, più a sud sarà proprio l’esercito siriano a garantire che le Ypg non tornino alla frontiera. Le unità combattenti curde dovranno anche lasciare le città di Manbij e di Tel Rifat. A questo punto è chiaro che il prossimo obiettivo del Cremlino sarà portare i due nemici, Erdogan e il presidente siriano Bashar Assad, a un vertice che sancisca la normalizzazione dei rapporti tra leader che fino a qualche tempo fa si sarebbero accoltellati. Sarebbe uno schiaffo, l’ennesimo, alla politica dell’Amministrazione Trump in Siria. Ma gli Stati uniti davvero sono stati messi fuori gioco in Siria dalle scelte confuse di Trump e dall’offensiva diplomatica russa? Non è proprio così.

Washington, annunci di Trump a parte, in Siria ci resta. E non solo per mettere a segno colpi di teatro come l’eliminazione fisica del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi, riferita come un copione cinematografico dal presidente americano. Si sono conosciuti altri particolari sul raid della Delta Force. Si è detto che al Baghdadi, scoperto a causa della sua (presunta) passione per il calcio, si sarebbe fatto esplodere insieme ai suoi tre figli tra lacrime e sangue. Questa sceneggiatura degna di un film di terzo livello di Hollywood e Bollywood, però non regge. L’identificazione del Califfo resta incerta perché i test del Dna sono stati condotti sul posto, tramite un lettore portatile, da tecnici delle forze speciali Usa che hanno confrontato alcuni campioni del Dna di al Baghdadi che avevano con loro, con alcuni frammenti prelevati, pensate un po’, dalle mutande del capo dell’Isis. I dubbi sull’esito del raid Usa perciò restano.

Non è fiction invece l’intenzione di Trump, di sapore squisitamente coloniale, di mettere le mani su alcuni giacimenti petroliferi siriani. Pretesto: impedire che possano tornare sotto il controllo di miliziani dell’Isis. Interesse vero: togliere a Damasco una importante risorsa energetica. Lunedì il segretario alla difesa Usa Mark Esper ha confermato che forze militari americane ben equipaggiate saranno schierate nei pressi dei giacimenti orientali della Siria. Rispondendo a una domanda della Cnn se la missione negherà l’accesso alle installazioni alle forze siriane e a quelle russe, Esper ha risposto: «Al momento sì». Quindi ha affermato gli Usa – che dalla sera alla mattina hanno venduto i curdi ai turchi – faranno in modo che le Fds abbiano accesso alle risorse generate dal petrolio, al fine di proteggere le prigioni dove sono rinchiusi quelli dell’Isis. I giacimenti di petrolio e gas di Deir Ezzor sono una sorta di premio strategico nella crisi siriana. Nel febbraio 2018, un numero imprecisato di soldati di Damasco sono stati stati uccisi da attacchi aerei Usa mentre avanzano verso il giacimento di gas di Conoco, controllato dagli Stati Uniti e dalle Fds, vicino a Deir Ezzor. Il furto Usa del petrolio siriano è stato criticato dal Congresso ma non dai democratici parlamenti e governi europei.

Ecological Civilization, the Great Project in China

novembre 6, 2019

05.11.2019 – Pressenza Muenchen

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Ecological Civilization, the Great Project in China
(Image by Screenshot Video „New technology in China turns desert into land rich with crops“ by CGTN America)

As China Daily reported at the fourth plenary session of the 19th session of the Central Committee of the Communist Party of China, China’s ecological issues will also be intensively discussed.

As early as 2012, Xi Jinping, the then newly elected general secretary of the Communist Party, who is now in power, had proclaimed the establishment of an ecological civilization. This means more than classical environmental protection. What is meant rather is that the entire society should behave in harmony with nature, also culturally, not only technologically. According to Xi Jinping, ecology in harmony with nature should permeate the entire social life.

Of course, China is still a long way from this. But the efforts to reach this high goal are much more intensive than in Europe and the USA. The first successes have been recorded since then, air pollution is falling significantly in many cities, water bodies are gradually becoming cleaner again, green areas and reforestations are passing through cities, rural regions into the deserts. Nowhere else in the world are environmental technologies such as solar, wind power and electric vehicles at such a high level of industrial production.

China continues to be one of the largest emitters of greenhouse gases, and the planned construction of further coal-fired power plants throughout the country in particular must be prevented as a matter of urgency if technological progress is to make it a global leader in climate protection. Despite the enormous progress mentioned above, there is a need for further action in China not only in terms of climate and environmental policy, but also especially in the areas of civil liberties, democracy and human rights.

The tightly led Communist Party under Xi Jinping held its 19th Central Committee meeting in Beijing from 28 to 31 October. At the same time, a major congress on ecological civilization was held on October 31 in the provincial capital of Jinan, which has a population of around 10 million, in the eastern province of Shandong, which has been heavily industrialized. Ecological issues, in particular the rapidly progressing climate change and its solutions, were discussed intensively with great, typically Chinese splendour, many Chinese political celebrities, scientists and with great media attention.

In my speech in the opening part of the conference I pointed out with much positive resonance the two pillars of a functioning climate protection: a zero-emission economy and the construction and preservation of large carbon sinks and green areas. At the heart of a zero-emission economy was the demand for 100% renewable energy by 2030, even in China, knowing full well how difficult this path will be with the country’s gigantic dependence on coal. Especially the global simulation of the Energy Watch Group together with the Technical University Lappeenranta for the full supply of the earth only with 100% renewable energies met with enormous interest.

To establish the major strategic government project “New Silk Road”, I proposed to expand the existing railway line for freight traffic from Chongking in China via Kazakhstan and Russia to Duisburg as a modern high-speed railway for passengers. This would entail a sharp reduction in Eurasian air traffic. Parallel to the high-speed line, an electrical high-voltage grid could be built to operate the trains with the large quantities of wind and solar power captured in the deserts and also to supply the large centers along the route with green electricity.

In many conversations with scientists and politicians I could see that the construction of an ecological civilization in China are not only empty words like the alleged climate protection policy of the CDU/CSU/SPD lead federal government in Germany. China is seriously looking for new ways, together with science and its own economic export interest, to achieve the goal of technology leadership in environmental protection, renewable energy and zero emission mobility.

My talks with Dr. Chen Cungen, Professor at North West University Beijing, were impressive. Decades ago, as a young researcher, he started a German-Chinese research project together with the Technical University of Munich to reduce wind erosion. This resulted in the world’s largest greening campaign, a reforestation in the Gobi Desert on an area the size of Germany.

An unbelievable ecological success for which Dr. Cungen is rightly named as the father. His life’s work is an excellent example of how decades of perseverance and goals initially considered impossible (reforestation in the inhospitable Gobi desert) can ultimately lead to phenomenal results.

About the author:

Hans-Josef Fell is President of the Energy Watch Group, an international network of scientists and parliamentarians to investigate the availability and scarcity of fossil and nuclear energy resources and the potential for renewable energy expansion. From 1998 to 2013 he was a member of the German Bundestag and already at that time he was committed to 100% renewable energies. He has received numerous awards for his commitment, including the Nuclear-Free Future Award of the international anti-nuclear movement. More information can be found on his website Hans-Josef Fell – 100% Renewable Energies!


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