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Il colpo di stato in Bolivia

novembre 12, 2019

Bolivia: vincono squadracce e oligarchia bianca con l’aiuto degli Usa

La Paz ieriLa Paz ieri

© LaPresse

Roberto LiviIl Manifesto

EDIZIONE DEL12.11.2019

PUBBLICATO11.11.2019, 23:59

È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.

Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.

Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.

Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.

Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.

Facing the resignation of President Evo Morales and the coup d’état in Bolivia

novembre 12, 2019

11.11.2019 – Redacción Chile

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Facing the resignation of President Evo Morales and the coup d’état in Bolivia
(Image by ABI)

By José Gabriel Feres*

The resignation of Evo Morales, President of Bolivia, and of Vice-President Álvaro García Lineras is undoubtedly a regrettable fact, not only for Bolivia, but for all democratic processes on the continent and in the world. The international rejection has been categorical to the coup d’état that has been consummated this Monday, November 10, in our brother country.

This happens after the decision of Evo Morales and his government to call for new elections as a way of resolving the crisis that was brewing. It was a decisive response that did not accept calculations, but privileged what was best for its people. A response that arises without a doubt from Evo Morales’ profound humanist sensitivity, as well as his forced resignation at this moment, which responds to avoid the bloodshed of his people, who were already victims of the persecution and murder of sectors of the police and paramilitary gangs promoted and financed by facist groups in eastern Bolivia.

Several of the President’s political actions may have been the object of discussion, even on the part of his own adherents and his support suffering the wear and tear of 13 years of government, but his decision to call new elections undoubtedly magnified him and serves as an exemplary referent in showing that conflicts of this magnitude can only be resolved with more democracy.

The fact that the coup d’état was consummated, even after the call for new elections made by Evo Morales, can only be explained by the clear intention of ending his government and not being willing to risk being able to do this democratically. How can we not take advantage of the moment to ensure his overthrow by force!

Unfortunately, once again we have to live in Latin America the violence of anti-humanist sectors that are not willing to abandon their privileges and for whom procedures such as lies, boycotts, the purchase of politicians and social leaders, the complicity of the judiciary, etc., are not enough and who finally resort to sectors of the Armed Forces to promote coups d’état and impede the advance of democracy.

I am certain that these situations, which will undoubtedly have a high cost in suffering, are the last breathes of a dying system before its total disappearance, since finally the peoples will recover their stolen freedom and will take their destiny in their hands, enabling a better future for all.

Finally, the refusal of the Chilean government – as well as the governments of Peru, Argentina and Brazil – not to allow Evo Morales and Alvaro García Lineras (according to journalistic sources in Bolivia) to enter the airspace of the plane in which they were flying is inexplicable, since in doing so they have made their right to seek asylum more difficult and have left them exposed to the political violence expressed today by their coup opponents.

*Vice-president of the Humanist Party

Translation Pressenza London


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