Archive for 18 novembre 2019

Contro il golpe in Bolivia

novembre 18, 2019

Licenza di uccidere in Bolivia

17.11.2019 – Luca Cellini

Licenza di uccidere in Bolivia
Il funerale di alcune persone morte in Bolivia durante le ultime proteste (Foto di El dicos)

Sono nove i morti e centoventicinque i feriti di quello che verrà ricordato come il massacro di Cochabambaqui la lista dei morti certificati dall’IDIF (Istituto di Investigazione Forense)“Un atto di repressione durissima da parte delle forze di polizia boliviane, quello avvenuto a Sacaba, nel centro del Paese, e non “un confronto”, come avevano definito i rappresentanti dell’autoproclamato governo boliviano dopo le dimissioni di Evo Morales.” È quanto ha denunciato Nelson Cox, rappresentante e difensore del popolo del distretto di Cochabamba, riportato ieri dal giornale “Opinion”.

Tutte le persone assassinate sono state raggiunte alla testa oppure al torace da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia.

Con il massacro di Sacaba è salito a 25  il numero delle persone uccise in Bolivia durante le proteste della popolazione.

L’escalation repressiva, i morti e le violenze sono cresciute in modo vertiginoso dopo l’annuncio dell’autoproclamato governo di Jeanine Añez che ieri ha anche approvato il decreto 4078, che “declina” ogni tipo di responsabilità e impunità totale alle forze militari e di polizia chiamate alle “operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica”.

Di fatto è un decreto che dà licenza di uccidere, carta bianca di sparare a vista ad ogni persona che protesta in Bolivia, senza che per queste azioni poi la polizia e i militari rispondano in alcun modo di fronte alla legge.

Il decreto 4078

Il decreto come scritto al suo interno “stabilisce che le forze armate possono utilizzare tutti i mezzi disponibili in modo proporzionale e discrezionale al rischio delle operazioni”.

Detto in altre parole, “ogni mezzo” significa che se i militari decidono di usare i fucili mitragliatori per sparare alla popolazione, come d’altronde stanno facendo in queste ore, hanno piena libertà di farlo senza poi doverne rispondere a qualcuno.

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), oggi ha denunciato come un crimine l’ordine e il decreto emesso dal governo autoproclamato di Jeanine Añez, dichiarando che “alle Forze Armate Boliviane (FAB) che scendono in piazza a reprimere ogni protesta, è stata data autorizzazione a procedere con ogni mezzo assicurandogli l’impunità totale.

“È una licenza di impunità per massacrare la gente”, ha scritto ieri Evo Morales dal suo account Twitter.

La presenza della FAB (Forze Armate Boliviane) sulle strade del paese e sulle strade delle principali città è iniziata a partire da lunedì sera scorso, dopo che la polizia nazionale boliviana (PNL) ha chiesto rinforzi militari in vista delle rivolte, in particolare avvenute nella città di El Alto.

Bolivia, El Alto

È da lunedì notte infatti che sulle città di La Paz e di El Alto hanno iniziato a sorvolare nei cieli aeroplani ed elicotteri militari, e i carri armati stazionano quotidianamente nei dintorni di Plaza Murillo, a La Paz, dove si trova la sede del Governo e del potere legislativo espresso dal Parlamento. La Bolivia di fatto oggi è in uno stato d’assedio da guerra civile.

L’escalation della situazione si è esacerbata dopo le dichiarazioni della Añez, quando nei giorni scorsi ha prima affermato di dover affrontare azioni di destabilizzazione da parte di “gruppi sovversivi armati”. Giustificando poi in questo modo ben tre cose: l’operazione militare, il sostegno legale alle forze di polizia, e la narrazione delle azioni che seguiranno, genocidio e massacro della popolazione indios, definendole come “ripristino dell’ordine democratico”.

I rappresentanti del MAS chiedono subito nuove elezioni, ma la destra che ha preso di fatto il potere senza essere stata mai eletta da nessuno, sostiene che adesso non è possibile perché bisogna affrontare prima l’emergenza e il ripristino dell’ordine pubblico a fronte dei disordini che ci sono in tutto il Paese. Dichiarazione surreale e comica questa, se non ci fossero di mezzo morti, feriti e tanta sofferenza, perché sono le stesse azioni violente e criminali della destra per tramite delle squadracce di Camacho e Mesa che in questi giorni hanno fomentato e creato i peggiori disordini e le condizioni per arrivare di fatto a una situazione di escalation da vera e propria guerra civile.

Da sottolineare che in questi ultimi giorni, persino tra i simpatizzanti della destra boliviana si sono manifestate molte perplessità e contrarietà dopo l’emissione del decreto 4078, che di fatto è una licenza di uccidere e massacrare la popolazione. Alcuni esponenti moderati della destra hanno proposto come mediazione di tornare subito ad elezioni perché si arresti subito il processo di violenza in corso, ma l’autoproclamata presidente Jeanine Añez pare non sentirci proprio da quell’orecchio.

Ma questo non è tutto, dall’altra parte, sul fronte informazione e narrazione dei fatti, l’autoproclamato governo di Jeanine Añez sta operando minacce e intimazioni di ritorsioni alla stampa locale per mantenere il più possibile una coltre di silenzio, nel tentativo di cercare di rendere invisibile quel che accade nel Paese.

Il piano della destra boliviana più intransigente è molto semplice, arrivare ad elezioni in uno stato di emergenza proclamato, con un controllo di tutto il Paese da parte delle forze di polizia e dei militari, e nel frattempo indebolire, fiaccare e impaurire con uccisioni, ferimenti e arresti, le forze sociali e politiche che si stanno opponendo a questo tentativo di golpe che viene ancora presentato da Jeanine Áñez come “cambio democratico”.

Dopo le dimissioni di Evo Morales, la senatrice Jeanine Áñez si è autodichiarata presidente del paese. Il giorno in cui si è autoproclamata alla guida del Paese, la Áñez  è entrata nel palazzo del governo, noto come Palazzo Bruciato, portando una bibbia in mano, ed esclamando: “Grazie a Dio che ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo!”.

Jeañine Añez con la bibbia in mano all'entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Le posizioni della Añez a quanto si può leggere sul suo profilo pubblico sono fortemente razziste e segregazioniste nei confronti della popolazione indigena che rappresenta quasi i 2/3 della popolazione.

Come ad esempio si può leggere in un tweet che la Añez  ha già eliminato dal suo profilo, ma il cui screenshot è stato pubblicato prima che Jeanine Añez lo togliesse, dove definisce i rituali e le usanze culturali indigene come riti satanici, affermando inoltre che la città non è per gli “indios” ma che devono tornare nell’altopiano o nel Chaco.

Jeanine Añez profilo Twitter

Da segnalare inoltre che in rete e sui social proprio in queste ultime ore stanno circolando un gran numero di video che mostrano bruttissime violenze contro le comunità indigene, le quali rappresentano circa il 64% di tutta la popolazione boliviana.

*Nel video la testimonianza di un parente di una delle persone uccise dalla polizia boliviana nel distretto di Cochabamba.

Bolivia: Free Voices against the Police Civic Coup

novembre 18, 2019

17.11.2019 – From somewhere in Bolivia – Redacción Argentina

This post is also available in: Spanish

Bolivia: Free Voices against the Police Civic Coup

“…and that the seditious ones that promote the instability of the Government be taken care of….He who tries to make sedition, from tomorrow, let him take care of himself”…

These were some of the warnings that Arturo Murillo, the new Minister of Government of the coup regime, transmitted to the population a few minutes after being positioned on Wednesday 13th in the evening hours.

Unfortunately, they were not simple warnings, as we painfully noted again on Friday, November 15, with the murder of eight other people and at least 33 confirmed wounded of the estimated 70, all sisters and brothers cocaleros peasants of the Tropic of Cochabamba.

They were massacred with weapons of war by police and military, thus halting their decision to reach the central plaza, the 24th of September, in the city of Cochabamba to protest against the Civic Police Coup and demand the restitution of the violated constitutional order.

These deaths are in addition to those already produced in other regions in resistance in the country, such as Yapacaní and Montero in Santa Cruz, the city of El Alto and the slopes of the city of La Paz, among many others. In this context, the coup d’état process and its new authoritarian government is estimated to be responsible for at least 18 deaths, more than one hundred wounded, and almost half a thousand detainees. It is the purest style of the military dictatorships of the last century, only with the difference that today they are presented with a pseudo-democratic discourse.

In parallel with this situation there has been the alignment with the Civic Police Coup of the country’s main media networks and the silencing of alternative and / or popular community media.

This situation intends to provoke the invisibilization of the popular uprising in the country. But also the manipulation and distortion of the facts, when for example, although it was confirmed that the deaths were caused by ammunition for military use, it has also been suggested that they were self-inflicted by the peasants themselves to generate a social explosion of greater magnitude or, as it has been written that they were the result of crossfire confrontations.

In this context, and in different corridors and almost clandestine spaces, several journalists, anonymously, are denouncing having been victims of threats against their lives and that of their families. A journalist in Cochabamba has even denounced that she was the victim of an explosive device attack on her home, in retaliation for reporting the excessive violence of the forces of law and order against the popular and peasant sectors in this city in the centre of the country.

Faced with this reality, the use of social networks has become an alternative information and communication tool to the controlled formal media system. The networks are breaking with the traditional media verticality, exercising a democratic and horizontal practice of the right to communication and information.

For example, days ago, when the political centre of the city of La Paz was occupied by more than 15,000 Aymaras demanding respect for Wiphala and the restitution of constitutional order, the channels of the country’s main television networks made this fact invisible. They showed out of place content such as films and series, and then highlighted in their news the shameful self-appointment of Jeanine Añez as president, with a filter of “democratic transition” and not of coup d’état.

Only social networks break this manipulation of information, so they have also become the target of the coup installed, attacking Internet connections and closing dozens of pages.

Thus, in these moments of acute political and social crisis, the entire population has somehow exercised the role of journalists and communicators to reflect their own reality thanks to the tools provided by new technologies. In conclusion, Social Networks have allowed us to break with the informative siege of what is happening in Bolivia.

(Crying) “…we just wanted to give our opinion… People have been killed. Please help us, the police cannot kill us. Why don’t they take care of us, like they took care of the lords of the centre (the opponents of the city when they were blocking). Why have they released the military to kill their own people? Aren’t the people of the Tropics your people, Madam President? Tell me, isn’t this your town to send us to kill?” (Words of a peasant woman from the Cochabamba Tropics during the conflict in Sacaba)

These words reflect the true reality of what Bolivia is currently experiencing. But of course, the voice and the image of pain and despair shown in the hundreds of videos recorded with simple home cell phones will not be broadcast by any of the country’s television networks. However, they were taken by the people and now they are being shared and will reach thousands and we expect millions of people in spite of the media and informative siege that the coup process is implementing.

Along these lines, let us remember that the new Minister of Communication, Roxana Lizárraga, threatened to expel and prosecute foreign and Bolivian “journalists or pseudo-journalists” “who are making sedition. We should note that it is the second national authority as minister to use the word SEDITION, which refers to the idea of an uprising of a group of people against a government in order to overthrow it.

Do we wonder if the word sedition should be used to reflect the uprising and mobilization of the Bolivian people?

At this point in time, there is not the slightest doubt that a Civic-Political Coup was planned and activated in Bolivia. But unlike the military coups d’état of this century (Honduras, Paraguay, Brazil), it is worrying because it is presented with an enormous fascist, racist and macho charge against the indigenous, the peasant, the original peoples and women.

We therefore call on the international community to denounce this fact and to activate all legal and juridical mechanisms to protect human rights and people’s lives. And especially the individual and collective rights of indigenous peoples, as well as to defend the progress made in these more than 13 years of the Process of Change.

Finally, we call for the precaution of the population’s right to communication and information so that the truth is reflected. Guaranteeing the exercise of journalists, popular and indigenous communicators is an essential right for a democratic society.

From somewhere in Bolivia, 16/11/2019

Translation Pressenza London

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