Archive for 25 novembre 2019

War Is Not Green

novembre 25, 2019

25.11.2019 – US, United States – Codepink

War Is Not Green

Addressing the climate crisis is one of the most important challenges of our time. The U.S. military is the world’s largest consumer of oil and causes more greenhouse gas pollution than 140 nations combined. Yet 64% of our discretionary spending is siphoned off to the Pentagon every year and the private weapons companies that the Pentagon contracts with continue to place their short term profit above the future of our planet. Funding endless war is an existential threat to human life and one of the leading causes of climate change.

When our public institutions invest public money in weapons corporations like Boeing, Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, and Northrop Grumman, they are underpinning the war machine that draws public dollars away from projects that benefit our communities and puts them instead into an already bloated defense budget. Moreover, those same weapons are a major factor in conflicts that lead to migration by asylum seekers.

A movement to divest from the war machine will remove the social licenses that allow weapons corporations to literally make a killing on killing, and the Pentagon budget to increase annually even when our military budget far-outpaces the military budgets of all other nations.

The opportunities for divestment from the war machine abound. Cities, public pension funds, and university endowments invest public dollars in private corporations that often include weapons corporations, and elected public servants often accept campaign contributions from weapons makers. Together we can demand that they divest, that it is morally unacceptable to build our communities on top of global conflicts, and at the same time we must demand that we instead invest our public resources in projects that positively impact our communities, starting first with a rapid response to the climate crisis that is exacerbated by endless wars.

If we’re going to avert a climate disaster, we have to hold companies like BlackRock, which invests billions of dollars in weapons manufacturers and millions in companies fueling the deforestation of the Amazon rainforest, accountable. And if we want to drastically reduce our carbon emissions, we have to demand that our universities divest their endowments from weapons manufacturers, that our cities divest public dollars from weapons corporations, and that our elected officials refuse campaign contributions from weapons makers.

Take action locally to divest from the war machine! Addressing climate change and U.S militarism starts with people organizing for change in their local communities.  

Alla larga da Facebook

novembre 25, 2019

Noi abbiamo messo un freno alle attività di espansione su Facebook da ormai diversi mesi e non siamo pentiti. Il social ha abusato di noi senza remore, consentendo l’attività di hackeraggio mirata al ricatto economico (ns. decuncia inascoltata del dicembre scorso alla Polizia Postale di Milano per fatti dell’agosto precedente). Garantiamo solo i tre gruppi costituitesi, dove Facebook non riesce a intervenire com blocchi sistematici da algoritmi.

La sorveglianza da parte di Facebook e Google minaccia i diritti umani

25.11.2019 – Amnesty International

La sorveglianza da parte di Facebook
        e Google minaccia i diritti umani
(Foto di AI – © Sebastien Thibault/agoodson.com)

La sorveglianza onnipresente da parte di Facebook e Google su miliardi di persone rappresenta una minaccia sistemica ai diritti umani. Questo l’avvertimento lanciato da Amnesty International che ha presentare un nuovo rapporto sul tema, chiedendo anche una trasformazione radicale del modello di core business dei giganti della tecnologia.

Il rapporto, Surveillance Giants, illustra come il modello di business basato sulla sorveglianza di Facebook e Google sia intrinsecamente incompatibile con il diritto alla privacy e rappresenti una minaccia sistemica per una serie di altri diritti, tra cui la libertà di opinione e di espressione, la libertà di pensiero e il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione.

“Google e Facebook dominano le nostre vite moderne – raccogliendo e monetizzando i dati personali di miliardi di persone accumulano un potere senza precedenti nel mondo digitale. Il loro insidioso controllo delle nostre vite digitali mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle sfide che definiscono i diritti umani della nostra epoca”, ha detto Kumi Naidoo, Segretario Generale di Amnesty International.

“Per proteggere i nostri valori umani fondamentali – dignità, autonomia, privacy – nell’era digitale è necessaria una revisione radicale del modo in cui opera Big Tech, per passare a una rete in cui i diritti umani siano centrali”.

Google e Facebook hanno una posizione dominante sui canali principali attraverso i quali la maggior parte del mondo – al di fuori della Cina – realizza i propri diritti online. Le varie piattaforme che possiedono – tra cui Facebook, Instagram, Google Search, YouTube e WhatsApp – facilitano il modo in cui le persone cercano e condividono le informazioni, si impegnano nel dibattito e partecipano alla società. Android di Google è anche alla base della maggior parte degli smartphone di tutto il mondo.

Mentre altre aziende Big Tech – tra cui Apple, Amazon e Microsoft – hanno acquisito un potere significativo in altre aree, sono le piattaforme di proprietà di Facebook e Google ad essere diventate fondamentali per il modo in cui le persone si impegnano e interagiscono tra loro – una nuova piazza globale a tutti gli effetti.

I giganti della tecnologia offrono questi servizi a miliardi di persone senza far pagare una tassa agli utenti. Gli individui pagano però i servizi fornendo i loro dati personali più intimi, poiché sono costantemente monitorati sul web e nel mondo fisico, ad esempio, attraverso i dispositivi collegati.

“Internet è un elemento vitale per permettere alle persone di godere di molti dei loro diritti, ma miliardi di persone non hanno altra scelta se non quella di accedere a questo spazio pubblico accettando le condizioni dettate da Facebook e Google”, ha detto Kumi Naidoo.

“A peggiorare le cose è il fatto che questo non è l’internet al quale avevano aderito le persone quando queste piattaforme hanno mosso i primi passi. Con il tempo Google e Facebook hanno minato la nostra privacy. Ora siamo intrappolati. O ci sottomettiamo a questa pervasiva macchina di sorveglianza – dove i nostri dati sono facilmente utilizzati per manipolarci e influenzarci – o scegliamo di rinunciare ai benefici del mondo digitale. Questa non può mai essere una scelta legittima. Dobbiamo recuperare questa piazza essenziale, in modo da poter partecipare senza che i nostri diritti vengano violati”.

L’estrazione e l’analisi dei dati personali delle persone su una scala senza precedenti è incompatibile con il diritto alla privacy, compresa la libertà dall’intrusione nella nostra vita privata, il diritto di controllare le informazioni su noi stessi e il diritto a uno spazio in cui possiamo esprimere liberamente le nostre identità.

Algoritmi che sfruttano

Le piattaforme di Google e Facebook sono supportate da sistemi algoritmici che elaborano enormi volumi di dati per dedurre caratteristiche incredibilmente dettagliate sulle persone e modellare così la loro esperienza online. Gli inserzionisti pagano poi Facebook e Google per essere in grado di prendere di mira le persone con pubblicità o messaggi specifici.

Lo scandalo di Cambridge Analytica ha mostrato come i dati delle persone possano essere facilmente utilizzati in modo non previsto dale aziende con l’obiettivo di manipolarle e influenzarle.

“Abbiamo già visto che la vasta architettura pubblicitaria di Google e Facebook è un’arma potente nelle mani sbagliate. Non solo può essere usata per fini politici, con conseguenze potenzialmente disastrose per la società, ma permette di mettere in atto ogni tipo di nuove tattiche pubblicitarie di sfruttamento, come la caccia a persone vulnerabili che lottano contro malattie, hanno problemi di salute mentale o dipendenza. Poiché questi annunci sono fatti su misura per noi come individui, sono nascosti al pubblico scrutinio”, ha detto Kumi Naidoo.

Un nuovo internet

I governi devono intervenire con urgenza per rivedere il modello di business basato sulla sorveglianza e proteggerci dalle violazioni dei diritti umani da parte delle imprese, anche attraverso l’applicazione di solide leggi sulla protezione dei dati e un’efficace regolamentazione della Big Tech in linea con le leggi sui diritti umani.

Come primo passo, i governi devono emanare leggi per garantire che alle aziende, tra cui Google e Facebook, sia impedito di subordinare l’accesso al loro servizio al “consenso” degli individui alla raccolta, all’elaborazione o alla condivisione dei loro dati personali per il marketing o la pubblicità. Anche le aziende, tra cui Google e Facebook, hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani ovunque e comunque operino.

“Facebook e Google non devono essere autorizzate a dettare il modo in cui viviamo online. Queste aziende hanno scelto uno specifico modello di sorveglianza e di business che ha un impatto sulla privacy, sulla libertà di espressione e su altri diritti umani. La tecnologia dietro Internet non è incompatibile con i nostri diritti, ma il modello di business che Facebook e Google hanno scelto lo è”, ha detto Kumi Naidoo.

“Ora è giunto il momento di recuperare questo spazio pubblico vitale per tutti e non solo per alcune potenti società irresponsabili della Silicon Valley”.

Facebook e Google hanno contestato i risultati. Le risposte delle aziende sono incluse nel rapporto.

 Qui l’articolo originale sul sito del nostro partner

U.N. Rapporteur: Julian Assange Has Faced Psychological Torture; He Should Not Be Extradited to U.S.

novembre 25, 2019

24.11.2019 – Democracy Now!

U.N. Rapporteur: Julian Assange Has Faced Psychological Torture; He Should Not Be Extradited to U.S.
(Image by Democracy Now)

This week Swedish prosecutors dropped an investigation into sexual assault allegations against WikiLeaks founder Julian Assange, stemming from 2010. Assange, who has always denied the allegations, took refuge inside the Ecuadorian embassy in London for over seven years to avoid extradition to Sweden on the charges. British authorities dragged him out of the Ecuadorian embassy in April and he has since been jailed in London’s Belmarsh prison on charges related to skipping of bail in 2012, when he first entered the embassy to avoid extradition to Sweden over the now-dropped sexual assault charges. The United States is still seeking Assange’s extradition to the U.S., where he faces up to 175 years in prison on hacking charges and 17 counts of violating the World War I-era Espionage Act for his role in publishing U.S. classified military and diplomatic documents exposing U.S. war crimes in Iraq and Afghanistan. A full extradition hearing will take place in February. We air remarks by U.N. Special Rapporteur on Torture Nils Melzer, who says his initial position of skepticism toward Assange’s case changed as he began to look more deeply at the evidence and charges against him. “As I scratched the surface a little bit, immediately, things did not add up with the images I had in my mind of this man,” Melzer said in a recent talk at Columbia University. “The deeper I got into this, the more fabrication I saw.”

AMY GOODMAN: This is Democracy Now! I’m Amy Goodman, as we turn to the case of Julian Assange, the founder of WikiLeaks. Earlier this week, Swedish prosecutors have for the third time dropped an investigation into sexual assault allegations that Assange has long denied. The move comes as Julian Assange’s legal team is fighting his possible extradition to the United States where he faces up to 175 years in prison on hacking charges and 17 counts of violating the rarely-invoked World War I-era Espionage Act for his role in exposing U.S. war crimes in Iraq and Afghanistan. A full extradition hearing will take place in February. Julian Assange has been locked up at London’s Belmarsh prison since April when he was dragged out of the Ecuadorean embassy by London police. He had taken refuge inside the Ecuadorian embassy for over seven years to avoid extradition.

Later in the program, we will speak to Tariq Ali and Margaret Ratner Kunstler, co-editors of the new book In Defense of Julian Assange. But first, I want to turn to Nils Melzer, United Nations special rapporteur on torture. He recently spoke at Columbia University.

NILS MELZER: About a year ago when—well, December, it was—when Julian Assange’s lawyers first contacted me and asked me to intervene on his behalf with [inaudible[ governments, I was very hesitant to get involved because I had this visceral reaction. I didn’t know anything about the man. I had never dealt with the case. But I had this visceral reaction of “Oh, this is this narcissist, this rapist, this hacker, this spy. He’s going to manipulate my mandate, and I’m not going to get into this case.”

Because I have received, as you know, [inaudible] we receive in our mandates, we receive about ten to 12 to 15 requests per day of potential victims of torture or other human rights violations to intervene on their behalf. So we have to make a selection, because we can maybe deal with two, with the resources we have. So I wasn’t going to get into this case. And it took me another three months when his lawyers came back to me and said, “Well, there are rumors that he might be expelled from the embassy of Ecuador in London imminently and please, look just at a few documents, and then make up your mind.”

And so I somehow felt I owed it to my professional integrity to at least look at these documents. And I have to admit that as soon as I scratched the surface a little bit, immediately, things didn’t add up with the images I had in my mind of this man. And the deeper I got into this, the more fabrication I saw. And I just saw that there was nothing to back up all these—this public narrative that had been spread about Julian Assange in the media, mainly. Or that’s at least where I got it from, almost passively, almost through osmosis. It was kind of this constant thing over the years. So that started to intrigue me.

And I looked into this case and I decided, if I get into this—this is a very politicized case—I need to—and a very publicly—obviously publicized case—I need to make sure I have a solid basis. So I requested the British authorities after his arrest to allow me to visit him and I took two medical experts with me, a psychiatrist and a forensic expert. Both of them have worked with torture victims for decades and advised courts in distinguishing symptoms that might come from ill treatment from other symptoms—psychological ones, physical ones,. They really know how to distinguish these things.

And we visited Julian Assange in Belmarsh prison on the 9th of May for four hours. I spoke with him for an hour just to get a good first impression, then we had a physical examination for an hour by our forensic expert and then we had the two-hour psychiatric examination. And all three of us had the same impression—and, well, I had certainly an impression and the medical doctors had a diagnosis, that they—we all came to the conclusion that he showed all the symptoms that are typical for a person that has been exposed to psychological torture over an extended period of time. So now, I had this result.

And I have to say—well, also personally, when I met him the first time—the only time I met him, actually—he made a very rational impression. A lot of anxiety I could feel. He was certainly extremely stressed and on a stress level where he could never relax, and something that reminded me of many of the victims of torture I had seen at interrogation centers that had been indefinitely detained for a long time, intellectuals that have been in isolation for a long time that would show that kind of reaction pattern. Asking me questions and when I just started to answer, he would already come to the next questions. And very intelligent questions but he would not even be able to compute my answers. So he was already kind of beyond that point.

And it put me—because he had been in a very controlled environment for more than six years, we could identify the causes. And there was just a number of causes of factors that could have influenced his life. It was not someone that we picked up on a battlefield and we didn’t know what happened to them the last three months. The last six or seven years, he had been exposed to this precisely same environment that obviously evolved, but it was fairly easy to make the calculation and conclude what were actually the causes that have produced these symptoms.

Now, we also have to be clear from a torture and ill treatment perspective, not everything that is—not every anxiety and stress level or pain and suffering is torture. Just because you show that symptoms does not necessarily mean that someone tortured you. Because there is an exception in the torture definition. So essentially, torture is the deliberate and purposeful infliction of severe pain and suffering in order to achieve some kind of a purpose—coercion, confession, intimidation or something like that. But there is an exception where there is pain and suffering that is inherent in lawful sanctions. So when you have a lawful, legal proceeding and someone is lawfully detained, obviously they will be stressed, and the longer it lasts, the more they will be stressed. That obviously is a level of anxiety that is just inherent in a lawful measure.

So the question was, was his detention lawful? And when I looked at all the evidence—and I’m not going to go obviously into every single detail here—but if this were about applying the law, then he would not have been sentenced to a 50-week imprisonment simply for bail violation in the U.K. for a case that at the time was not even pending anymore. The Swedes at the time had terminated that case, had dropped the case. And he had violated that bail condition because he had received asylum from political persecution, given by a U.N. member state, Ecuador. And that is not a grave violation of the bail conditions. In the U.K., bail violations don’t routinely lead to prison sentences. It is just a fine or maybe a minor sentence that might not even be served in the end. So that was clearly excessive. So that was not about applying the law regularly.

Then we also saw that British judges showed from the first day when he was arrested [inaudible], they showed extreme bias against him. They called him narcissist, although in that hearing he said nothing except “I plead not guilty.” And I’m a professor at a British university, and I consider the U.K. a rule-of-law state and one of the leading ones. And to me, that was very odd. And then I saw—so we have an excessive sentence. We have judges calling—insulting him for saying nothing, basically. We had a judge leading the extradition proceedings until recently who had a documented conflict of interest. Her husband had been exposed by WikiLeaks. And his defense lawyers had tried to make that case and that was simply ignored.

And until two weeks ago, I believe, Julian Assange never had access to legal documents. So how do you prepare a defense, which is a basic human right when you’re facing all of these proceedings, and you don’t even have access to your legal documents? When in the extradition hearing, the judge asks him, “Sir, how do you react to the U.S. indictment?” And he said, “Well, I haven’t received it.” That is not the rule of law. This is not about applying the law. That is not a lawful proceeding.

Then we look at the Swedish proceedings. It’s the same thing. It’s totally arbitrary when a state conducts a preliminary investigation. He has never been charged of anything in Sweden. He is not charged of sexual offenses. Never been. The case has been opened, three days later has been closed because there was no evidence for any offense at all. Chief prosecutor of Stockholm saying that. And a different prosecutor takes it up again, based on the statement of the purported victim, which had been adapted, changed by the police without consulting the victim in order to have a stronger basis for the rape case.

And it goes on and on and on. Strange evidence, condoms that have no DNA on them, but which supposedly have been used. And it goes on and on and on. It’s one contradiction after the other. And Sweden never gets beyond the stage of a preliminary investigation, which simply means someone has alleged rape and they have still not decided whether they want to charge him or not, after nine years. And that’s what has kept him in detention in Ecuador, in the Ecuadorian embassy, for so long and under that constant pressure.

And then we see the U.S. proceedings. With all due respect, but you have—you know, the grand jury proceedings have their own particularities, right? Secret evidence, jury selection, which obviously in that area will result in a certain amount of bias within the jury. We have the history of the so-called espionage court, which has its own problematics. Seventeen of the 18 charges, basically, refer to activities that are the basic business of any investigative journalist, which brings in the whole freedom of press and freedom of opinion problematic here. And the 18th charge, the first one that the U.S. disclosed, refers to Julian Assange supposedly having attempted to help Chelsea Manning to decode a password but not succeeded. So if every time someone tries to type in a password and decode it and it doesn’t work, you get extradited to the U.S. for espionage, there’s something slightly disproportionate in this.

I mean, something just doesn’t add up in all these proceedings, when it’s about depriving or terminating the asylum of Julian Assange by Ecuador and terminating citizenship. That is done without any legal proceeding whatsoever. The president just decides, “That’s what we’re going to do today.” He is being informed. He is kicked out of the embassy or arrested by the Brits in the embassy that very day…

So we see that there, we have no due process proceeding whatsoever. And so U.K., U.S., Ecuador, Sweden—all these legal proceedings, severe violations of due process consistently. This is not about prosecuting someone for an offense. This is not about applying the law. The story–we have to take a step back. What has the man done? He has disclosed enormous amounts of information that governments wanted to stay secret, to remain secret. And obviously, we know obviously most famously or most infamously, the Collateral Murder video, which is in my view as a former ICRC legal advisor, having worked with the law of war for many years, it’s evidence for war crimes.

And what is the scandal in this case is that everybody focuses on Julian Assange and his cat and his skateboard, and having allegations that are—having smeared feces on the wall and all these types of things that are not—there’s no evidence whatsoever for any of these, and as if these were war crimes, even if they were true. But no one looks at the war crimes. And I think that’s the big story here.

And that’s why I get passionate about this case, because here is someone who discloses evidence for war crime, including torture, murder, all kinds of corrupt activities going on, and everybody focuses on Julian Assange and his domestic obligations in the embassy. And therefore, there is no justification for detaining him in isolation and having him under this constant pressure where he knows he cannot trust anybody [inaudible] and no official authority.

He will be certainly exposed to an arbitrary trial in the U.K., extradition trial. The choreography is clear. Whatever his lawyers say, in the end, the U.K. judges will say, “Yes, of course, we cannot extradite him if there is death penalty or torture or treatment, so please U.S., make assurances.” The U.S. will obviously make these assurances, and then the U.K. will say, “Then we have no reason not to trust the U.S.” And they will extradite him to the U.S. That’s what I foresee. And that’s what he—expect him here. That’s the crux here.

In addition to the ill treatment he has already suffered, I am absolutely convinced that he will not get a fair trial. He will get a show trial in East Virginia, and he’ll end up in prison under inhumane conditions for the rest of his life. That needs to be prevented.

AMY GOODMAN: That’s Nils Melzer, the United Nations special rapporteur on torture, speaking about Julian Assange, the WikiLeaks founder, speaking at Columbia University this past October 15th. When we come back, we will speak with Tariq Ali in London and Margaret Kunstler here in New York, editors of the new book In Defense of Julian Assange. Stay with us.

 The original article can be found on our partner’s website here

Schiavitù sessuale made in Italy in Thailandia (e non solo)

novembre 25, 2019

24.11.2019 – Alessio Di Florio

Schiavitù sessuale made in Italy in Thailandia (e non solo)
Campagna contro la tratta “Questo è il mio corpo”,

Questo si dovrebbe fare in uno spirito di coinvolgimento fraterno, che aiuti a porre fine a tante schiavitù che persistono ai nostri giorni, penso specialmente al flagello del traffico e della tratta di persone”, “penso a quelle donne e a quei bambini del nostro tempo che sono particolarmente feriti, violentati ed esposti ad ogni forma di sfruttamento, schiavitù, violenza e abuso”, “quest’anno, in cui si celebra il 30° anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, siamo invitati a riflettere e a operare con decisione, costanza e celerità sulla necessità di proteggere il benessere dei nostri bambini, sul loro sviluppo sociale e intellettuale, sull’accesso all’educazione, così come sulla loro crescita fisica, psicologica e spirituale. Il futuro dei nostri popoli è legato, in larga misura, al modo in cui garantiremo ai nostri figli un futuro nella dignità”, le donne e i bambini costretti a prostituirsi o vittime della tratta sono “sfigurati nella loro dignità più autentica”.

Sono alcuni dei passaggi dei discorsi che il Papa ha tenuto nel viaggio in Asia di questi giorni. Le parole, anche dei colloqui più informali, ogni atto di questo pontificato viene quotidianamente vivisezionato, citato, riempie pagine e pagine di quotidiani, programmi televisivi, rotocalchi. Ci sono interi filoni costantemente alimentati da alcuni quotidiani italiani su Bergoglio, le sue parole e le sue gesta. Queste parole invece non hanno conquistato titoloni sulle prime pagine, non vi sono state dedicate ore e ore di trasmissione televisive. Passate poche ore erano già cadute nell’oblio. Parlare di schiavitù e tratta nel main stream italiano è ancora tabù. La schiavitù deve essere relegata ai libri di storia, così da poter continuare a sostenere la favoletta che è relegato ad un passato antico. E la parola tratta, se non serve ad alimentare la propaganda sul decoro, sui migranti che violano e sporcano il sacro suolo patrio, la sicurezza nazionale messa a rischio da orde di barbari ai confini, guai anche solo a sussurrarla. Gli italiani sono brava gente. Numeri e storie documentano altro, ma guai a scalfire le convinzioni della buona borghesia italica e a turbarla. Numeri inoppugnabili ma, come dimostrato da diversi studi sulle percezioni sociali, tra la matematica e la società tricolore ci sono abissi incolmabili. Ma, al di là di ogni propaganda e narrazione, la reale realtà resta. Nel mondo gli schiavi moderni esistono. Varie stime li calcolano tra i 20 e i 45 milioni, un numero pari a quasi l’intera popolazione del Belpaese. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno, è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe.

La stessa organizzazione ha stimato in 12 milioni e 300 mila le persone sottoposte a sfruttamento sessuale per un volume complessivo d’affari sporchi di 32 miliardi di dollari all’anno. In Italia la prostituzione ha un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese. Sono stimate tra 75mila e 120mila le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Provengono da Nigeria (36%), Romania (22%), Albania (10,5%), Bulgaria (9%), Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est. I clienti sono 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese. Nel silenzio dei patrioti, dei “prima gli italiani”, dei “pensate sempre ai migranti” o “i clandestini sono trattati meglio di noi, basta che arrivi con un barcone e hai tutti privilegi e noi sgobbiamo” e simili, i più turpi appetiti di brava gente, padri di famiglia e baldi maschi italiani vengono quotidianamente saziati con le lacrime, il dolore e la violenza sulla pelle delle vittime della tratta.

Nel silenzio main stream e nell’indifferenza politica e sociale, già 5 anni fa Antonello Mangano denunciò su L’Espresso una vicenda peggio che vergognosa, una disumanità spaventosa nel cuore del suolo italiano che dovrebbe sconvolgere, non far dormire la notte, far stare male fin nelle viscere sin dalle prime righe della sua inchiesta. “Il nuovo orrore delle schiave romene”, 5mila donne sfruttate nelle serre del ragusano, segregate nei campi e costrette a subire “ogni genere di violenza sessuale” durante festini organizzati dai padroni, per familiari, parenti e amici. “Per lavorare nelle serre le donne romene non devono solo accettare una paga misera”, scrisse Alessandra Sciurba in una ricerca per il Centro di documentazione L’altro diritto dell’Università di Firenze (http://www.adir.unifi.it/rivista/2013/ragusa.htm ) l’anno prima, “a fronte di giornate lavorative che durano anche 14 ore. Il loro sfruttamento è doppio, poiché molte di esse devono inoltre accettare di piegarsi ai piaceri sessuali dei datori di lavoro, dei caporali, dei colleghi”. Padre Beniamino Sacco, intervistato nella ricerca di Alessandra Sciurba, ha denunciato come “si arriva a dar vita a vere e proprie feste a sfondo sessuale in cui i proprietari e datori di lavoro mettono a disposizione di amici e conoscenti le proprie lavoratrici. I festini sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare, perché le grandi aziende sono più controllate. Hanno luogo tra le serre stesse, o in cascine isolate, o talvolta anche in disco-bar poco frequentati. Le ragazze coinvolte sono lavoratrici rumene giovani che spesso hanno dai 20 ai 24 anni. A volte si tratta anche di ragazze figlie di dipendenti a cui il proprietario affitta la cascina. Ogni tanto succede anche che siano i figli dei proprietari a sfruttarle”.

Sempre su L’Espresso Antonello Mangano ha denunciato negli anni scorsi che, dopo le prime denunce, nulla era cambiato e che il turpe sfruttamento non era stato minimamente scalfito. Nel 2015 il Financial Times denunciò che la tratta di esseri umani era in aumento in molti paesi, sfruttamento sulla pelle di 21 milioni di persone in tutto il mondo, 4 milioni e mezzo destinate allo sfruttamento sessuale.“Il problema è particolarmente grave in Italia – sottolineò il quotidiano – a causa di una combinazione di vari fattori, quali “la posizione geografica, il potere della criminalità organizzata locale soprattutto nelle regioni più povere dove lo stato è debole e una persistente domanda di prestazioni sessuali”.

Lo sfruttamento della schiavitù sessuale non ha confini. E così il mercato della prostituzione e dello sfruttamento viene alimentato durante le vacanze all’estero. In tutto il mondo ci sono tre milioni di persone che ogni anno si mettono in viaggio per fare sesso con un minore. I dati sono dell’Organizzazione mondiale del turismo (Omt). L’Italia gode, purtroppo, di un triste primato, piazzandosi tra i primi sei paesi da cui partono i “clienti” di minori costretti a prostituirsi.

L’associazione Amani dedicò la prima pagina, con una vignetta di Mauro Biani, e un ampio approfondimento alla denuncia di questo mercato criminale nel 2007. Sottolineò sul suo blog Mauro che “il nostro paese è al primo posto in Europa per domanda di sesso all’estero con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani che ogni anno si recano in paesi stranieri — prima meta, il Brasile — con questa finalità. Il Triveneto è la regione più “attiva”. Nel marzo scorso è stato condannato un veronese (14 anni di reclusione e 65mila euro di multa) per reati sessuali all’estero, particolarmente in Thailandia. […]Esiste tutta una categoria di turisti – soprattutto fra i 45 e i 65 anni – che si reca in Kenya a caccia di situazioni che possano ravvivare la loro vita sessuale. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Padre Kizito Sesana racconta: «Qualche tempo fa, con un amico, ho visitato la costa a nord di Mombasa, chiamata “la Costa Tedesca” a motivo della forte presenza di turisti dalla Germania. Era marzo, e i turisti erano pochi. Nel tardo pomeriggio siamo entrati in un bar per bere qualcosa di fresco e siamo restati colpiti dalle strane coppie sedute ai tavoli: uomini bianchi anziani con ragazzine, o con ragazzi adolescenti; donne bianche con ragazzi che potevano essere i loro figli o nipoti. Ancor prima di digerire la sorpresa, veniamo avvicinati da una serie di ragazzine e poi di ragazzi. Siamo usciti senza finire la birra» […] Il turismo sessuale è gestito da una complessa rete segreta. I luoghi di incontro sono ville ben riparate e vigilate, saloni di bellezza, centri per massaggi e residence. Fanno parte della filiera alcuni operatori turistici e alberghieri. In testa viene Mombasa, seconda città keniana e porto di rilievo. Qui, per soddisfare i marinai delle portaerei americane, arrivano ragazze fin dalla Repubblica Democratica del Congo, da RuandaBurundiUganda e Tanzania. I marinai pagano fino a 100 dollari a incontro. Ma ultimamente le portaerei scarseggiano… C’è poi Malindi, dove le ragazzine sostano nei dintorni delle spiagge degli alberghi […]”.

80.000, una cifra ripetuta 6 anni dopo in un articolo del Daily Telegraph tradotto in italiano da Internazionale.

Si potrebbero citare cifre  all’infinito. Non è casuale la scelta in quest’articolo di prendere statistiche datate nel tempo. E’ una voluta provocazione a documentare che gli anni scorrono, ma che nonostante gli ultimi tempi abbiano visto cambiamenti sociali così radicali che sembrano passate ere geologiche, in tema di schiavitù tutto pare rimasto fermo e immutato. Chiunque può verificare in pochi secondi i numeri della schiavitù sessuale, che vede gli italiani primeggiare ed esserne ampiamente protagonisti anche in Thailandia e in tutto il sud est asiatico (da dove Bergoglio ha pronunciato le parole riportate all’inizio dell’articolo), anni dopo questi numeri identici.

Alessio Di Florio


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Riproduzione Riservata - Testata Giornalistica n.168 del 20.10.2017

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Manuel Chiacchiararelli

Scrittore, Fotografo, Guida Naturalistica, Girovago / Writer, Photographer, Naturalist Guide, Wanderer

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